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Giro di Calabria (con uno sguardo diverso)
Notte oscura
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2013
Nuvole nere
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2013
Cosenza, convento di San Francesco di Paola
Il "cupolone"
post pubblicato in Diario, il 9 marzo 2013
Cosenza, chiesa di San Domenico
Donne e memoria
post pubblicato in Scatti, il 9 marzo 2013
In piazza, a Cosenza, con la fondazione Roberta Lanzino in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne.
Sibari, la memoria nel fango
post pubblicato in Reportage, il 28 gennaio 2013
| « Non credo che esista in nessuna parte del mondo qualcosa di più bello della pianura ove fu Sibari. Vi è riunita ogni bellezza in una volta: la ridente verzura dei dintorni di Napoli, la vastità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia. » | (F.Lenormant)
Per i tecnici della Provincia il fiume Crati non destava alcun pericolo. E invece, poche ore dopo, una enorme massa d’acqua ha sommerso l’area che un tempo fu di tre insediamenti magno greci: la colonia arcaica di Sibari (720-510 a.C.), la colonia panellenica diThurii (443 a.C.) e il successivo impianto coloniale romano di Copia (dal 193a.C.). Le idrovore dei Vigili del fuoco e quelle del Consorzio di bonifica lavorano a tempo pieno per svuotare il Parco archeologico dall’acqua. Nelle ultime ore il livello è sceso sensibilmente, ma ora s’insidia un altro pericolo. Il fango.
Per approfondire: |
http://www.ilquotidianodellacalabria.it/news/cronache/710531/Scavi-Sibari--riaffiorano-i-reperti.html |
An old British a Cosenza vecchia
post pubblicato in Scatti, il 8 novembre 2012
Si fa sera
post pubblicato in Diario, il 23 ottobre 2012
Marina di Gioiosa, la Rimini del Sud
post pubblicato in Reportage, il 2 settembre 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
La «Rimini del Sud» ha un lungomare invidiabile. Una lunga serie di palme segna una sorta di confine tra il centro abitato e la spiaggia, luogo dei colori. Ombrelloni, cabine e costumi colorano tre chilometri di litorale attrezzato. Sulla riva di uno splendido mare blu c’è chi riposa, chi fa il bagno e chi gioca a beach volley. Ed anche quest’anno, nonostante le polemiche sulle reali condizioni del mare, Marina di Gioiosa ha conquistato la bandiera blu. «A parte qualche sporadico episodio, il mare è stato uno spettacolo», dicono i bagnanti. Volgendo lo sguardo verso questa lunga striscia di sabbia e divertimento, si comprende che la definizione di «Rimini del Sud» non è poi così lontana dal vero. Ma basta voltare lo sguardo dalla parte opposta ed ecco che la realtà s’impone e Rimini ritorna a distare 944 chilometri da questo estremo lembo di Calabria. Seduti al tavolino di un bar un gruppo di giovani discute sull’estate ormai conclusa: «A Gioiosa cosa c’è? Mare, mare e ancora mare. Altre cose da fare non ce ne sono». Eppure ci sarebbero. A cominciare dal «valorizzare il patrimonio archeologico», così come chiede Adele Sidoti, presidente della Pro loco. Marina di Gioiosa ha una storia breve, perché fino al 1948 è stata frazione di Gioiosa Ionica. Tuttavia i resti di un passato importante sono ancora visibili in mezzo alle basse case del centro reggino. Già, ciò che rimane delle colonizzazioni greche e romane è a pochi centimetri da edifici costruiti, occhio e croce, intorno agli anni ’60. Come l’anfiteatro greco-romano, situato tra via Dante Alighieri e via Mistia II. «E’ un gioiello – dice un signore che passeggia lì vicino – ma l’erba è sempre alta. Oggi è corta solo perché qui, pochi giorni fa, c’è stato un concerto. Ma guarda quante cartacce sono rimaste». 
Incuria a parte, non passano inosservati i due pilastri di cemento che sorreggono una coppia di colonne in pietra dell’anfiteatro. I dubbi sulla bontà dell’intervento sono parecchi. Si cambia luogo e anche il monumento è diverso, ma la situazione è identica. Se si esclude il cartello della Comunità europea che recita “itinerari culturali interregionali”, davvero nulla lascia immaginare che la Torre Saracena sia valorizzata e protetta. I faretti che dovrebbero illuminare la struttura sono stati sfondati, l’area non è pulita e ai piedi della torre è parcheggiata un’automobile. L’autista cercava riparo dal sole e non ha trovato posto migliore che sotto la torre. Marina di Gioiosa non ha un governo cittadino. E’ stato sciolto per infiltrazioni mafiose circa un anno fa. Il centro ionico soffre quindi la mancanza di programmazione. Ma «la distanza tra popolo e commissario prefettizio è molto ampia». Per il sociologo Felice Agostino «chi governa ora la città non riesce nemmeno a gestire il semplice decoro, si avverte il senso dell’abbandono». E la pensa allo stesso modo anche Ruggero Malgeri, gestore del lido Blue Dahlia, punto di riferimento dei giovani musicisti italiani: «Marina di Gioiosa Ionica è una perla abbandonata dallo Stato, da Dio e dagli uomini. Dallo Stato: hanno mandato i pretoriani (i commissari, ndr), ma non fanno nulla; gli uomini, invece, sporcano e non sanno riconoscere il patrimonio che li circonda. Purtroppo in tutta la zona manca il concetto di servizio. Questa estate hanno organizzato ben sette festival consecutivi, quando bastava spalmarli lungo tutta la stagione. Non c’è programmazione e la colpa è della politica che non sa gestire». Ruggero Malgeri parla con passione della sua terra e del suo lavoro: «Qui facciamo musica dal vivo dall’85, quando a Milano o a Roma manco sapevano cosa fosse la musica live. Da qui sono passati artisti come Giorgio Canali dei CCCP e gruppi come i Camillorè». Malgeri incarna l’esempio di chi, in questa zona, ha saputo costruire qualcosa senza l’intervento delle istituzioni: «Se qui c’è qualcosa di buono, è solo per l’impegno dei singoli», è il leit motiv che si sente ripetere in giro. Un altro esempio positivo è quello Marcello Fazzolari, imprenditore deceduto tempo addietro, e ideatore del bar Golosia, riferimento della Locride. «Fu il primo locale della zona – raccontano – ad avere donne, in divisa, a servire ai tavoli». 
Raccontare la complessa realtà di Marina di Gioiosa è difficile. Perché se è vero che la ‘ndrangheta è presente, è anche vero che non sono poche le persone che s’impegnano per un futuro diverso. E’ il caso dell’associazione Don Milani che si occupa di minori a rischio e di educazione alla legalità; della Federazione internazione MedAmbiente, network di associazioni ambientaliste; delle associazioni Presìdi del Libro, Lados e Arci Pesca Fisa. Ma è anche il caso di Gino Femia, ex vicesindaco: «Dobbiamo avere la consapevolezza che il nostro futuro non viene dall’esterno, ma dipende da noi. Noi per primi dobbiamo cominciare ad avere rispetto della nostra città». Ma poi, passeggiando, si nota che la caserma dei carabinieri si trova al primo piano della stazione ferroviaria di Gioiosa. Ecco il biglietto da visita dello Stato: un posto sgangherato e scelto dopo che la vecchia stazione è stata dichiarata inagibile. Nel 2006 un edificio di 8 piani fu confiscato alla ‘ndrangheta e nel 2011 l’Agenzia nazionale per i Beni confiscati, decide che la struttura deve essere utilizzata dall’Arma dei carabinieri per finalità istituzionali. Eppure ancora non si è mosso nulla. Il pensiero che allo Stato non importi nulla di Marina di Gioiosa è più che un dubbio. 
* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 2 settembre 2012
Un giorno di fuoco
post pubblicato in Diario, il 26 agosto 2012
E' cominciato tutto la sera prima. Anzi, no. E' cominciato tutto qualche mese fa, quando distrattamente notai che la luce del sole, filtrando dalle nuvole, rendeva lo stesso luogo, un luogo diverso. E tutto nel giro di pochi secondi. In quel momento, quel paesaggio visto e rivisto dalla finestra del mio soggiorno, divenne importante. Perché nulla è scontato. Nulla. E quando qualcuno decide di distruggere un posto ordinario e allo stesso tempo fantastico, si comprende ancor di più che quello che ci circonda deve essere difeso. Ne va della nostra identità e della nostra memoria. In altre parole ne va del nostro futuro. Insieme a questa consapevolezza cresce la rabbia. Perché in giro c'è gente che distrugge, senza alcuno scrupolo, il nostro patrimonio; perché lo Stato non è in grado di intervenire; e perché noi non possiamo fare niente, se non restare a guardare mentre una parte della nostra vita viene distrutta. In situazioni come questa la fotografia realizza però quello che dice Ferdinando Scianna: «Il fotografo vive il presente sapendo di costruire memoria». Queste foto non faranno ricrescere gli alberi, ma almeno la memoria di questo luogo del comune di Carolei (provincia di Cosenza) e lo scempio che è stato realizzato, non saranno dimenticati.
Ps: le prime foto sono quelle scattate questo inverno. Le altre raccontano il rogo appiccato sabato 25 agosto e proseguito fino al tardo pomeriggio di domenica 26
Cariati, il gusto del gelato e quello della storia
post pubblicato in Reportage, il 19 agosto 2012
Testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
Il lungomare Cristoforo Colombo è un continuo via vai d’auto e persone. Anche la spiaggia è affollata: gli ombrelloni sono disposti su più file, fino a lambire il muretto del lungomare. Facendo le dovute proporzioni, quel frenetico movimento di macchine, passanti, turisti e bagnanti, ricorda un po’ l’atmosfera delle spiagge brasiliane: sabbia dorata e mare blu da un lato ed edifici dall’altro; nel centro tanta gente che corre per un tuffo o cerca riposo su una sdraio al riparo di un ombrellone. «Ma fino a pochi giorni fa non era così - spiega un abitante del luogo -. Gran parte di questa folla è composta da cariatesi e da emigrati cariatesi di ritorno nel loro paese natio». Per una volta l’anno, quindi, l’emigrazione è sinonimo di vita. Ma nel complesso, questo fenomeno che ha portato fuori dalla Calabria molti dei suoi figli, ha prodotto effetti negativi: legami affettivi spezzati, forza lavoro ridotta ai minimi e logoramento delle tradizioni, sono alcuni degli effetti di un movimento umano che ha portato a cercar fortuna negli Stati Uniti, in Argentina e, infine, in Germania. Il signor Giorgio Aiello è seduto su una sedia accanto alla porta di casa. Di fronte a lui c’è un’altra sedia su cui è poggiata una matassa di filo bianco. Il signor Giorgio maneggia una specie di coltellino e guarda attentamente la fitta trama di quel filo bianco che altro non è che una rete da pescatore. La riassetta con cura con la sua “achicedda”. Ogni tanto distoglie lo sguardo dal suo lavoro e racconta: «Quando ero giovane arrivavo remando, insieme agli altri pescatori, fino a Taranto. Lì c’era il mercato, quindi lì si facevano gli affari». Poi, come gran parte dei cariatesi, il signor Giorgio dovette partire per la Germania: «Andai via a 15 anni, ma il mio cuore batteva sempre per il mare, non pensavo ad altro che al mare». 
Tanto che ad ogni ritorno a Cariati, il signor Aiello si precipitava subito in barca. «Il mare è la mia vita – racconta continuando a muovere le mani lungo la rete – sono nato per il mare. Ecco perché alla fine ho deciso di lasciare definitivamente la Germania per ritornare a Cariati». L’anima di questo comune ionico è fatta di movimento, di storie e di vite che vanno e vengono creando tradizioni e cultura. Perché se è vero che i Cariatesi sono stati costretti ad emigrare per trovare fortuna, è anche vero che l’evoluzione della tradizione marinara è figlia di persone che, a Cariati, hanno trovato dimora. Spiega Assunta Scorpiniti, giornalista e storica del luogo: «Dopo l’Unità d’Italia, ci fu una migrazione di specialisti della pesca provenienti dalla costiera amalfitana, da dove sono poi arrivati anche i costruttori di barche; seguivano la scia tracciata, anche in senso letterale, da marinai-trasportatori di Atrani, Maiori, Vettica…, esperti nell’arte della navigazione che commerciavano in stoffe e granaglie con i nostri centri costieri, dai quali tornavano carichi dei preziosi manufatti dei maestri cretai di Cariati o di fichi calabresi da smerciare nel porto di Marsiglia, dove, dicono gli studiosi, erano rinomati più di quelli di Smirne o di Provenza. Così, in tempi di strade impraticabili, giunsero in quel di Cariati, seguendo la via del mare, i Rispoli (Feroti), i Russo (Gnazzi e Merichi), i Gentile (Panazzi), e poi i Martino, i Critelli, i Graziano, i Santoro… i cui eredi, fieri di quest’origine, si sono moltiplicati, ed oggi si dedicano ad altre attività, senza, tuttavia, spezzare il legame con il mare». 

Ma l’anima di Cariati non vive solo in riva al mare. Anche nel centro storico - con i suoi vicoli silenziosi di giorno e pieni di vita la sera - abita l’identità di questo centro ionico. Si tratta di caratteri antichi, che nascono con le genti brezie e proseguono con le colonie magno greche. E ancora, qui hanno lasciato traccia bizantini e normanni. Anche la Chiesa riconobbe l’importanza di questo luogo erigendolo a sede vescovile. La cattedrale fu costruita nel XV secolo e riedificata sotto l'episcopato di monsignor Nicola Golia nel 1857. Ma il fascino di Cariati non proviene solo da storici edifici o nobili famiglie. Il sapore di questa cittadina lo assapori pure mangiando un gelato. Il più buono del mondo. E non è un modo dire, perché la gelateria Fortino ha conquistato il primo posto alla fiera internazionale di Rimini (Sigep). Anche il secondo posto è calabrese, se lo è aggiudicato Angela Fuoco, di Parenti. Mentre sul gradino più basso del podio è salito un giapponese. Fermento anche dal punto di vista della ricettività, sono nati molti b&b e con loro è nata anche un’associazione, Cariati paese albergo. Il presidente è Aldo Fortino: «Gli sforzi dei singoli non bastano per cambiare il sistema. Per migliorare le cose bisogna unirsi. Tutto il rispetto per Rimini o Riccione, ma il mare più bello d’Europa lo abbiamo noi. Dobbiamo però impegnarci a combattere il vero problema di questa terra, quello culturale». Basta affacciarsi dalla balconata della Spezieria per capire, qualora ce ne fosse bisogno, che Fortino ha ragione. Il mare Ionio è davvero il più bello d’Europa. Il Tirreno, invece, è tra i più inquinati d’Italia. E’ vero, la Calabria ha solo un problema, quello culturale. 
Amendolara, dove Calipso imprigionò il re di Itaca
post pubblicato in Reportage, il 5 agosto 2012
Testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
Amendolara impari a conoscerla fin da bambino, sui banchi di scuola. Sembrava un mondo fantastico. Lontano. Così distante da non far pensare alla Calabria. Eppure Epeo, il costruttore del Cavallo di Troia, fondò una città proprio dove ora sorge località San Antonio. Anche Ulisse, re di Itaca, è legato a questo piccolo comune al confine tra Calabria e Basilicata. La ninfa Calipso detenne l’eroe greco sull’isola di Ogigia. Probabilmente quell’isola è il monte Sardo, ormai sprofondato ed ora scenario della Secca di Amendolara, uno specchio di mare profondo venti metri a dodici miglia dalla costa. Un luogo che deve essere difeso a tutti i costi dalle continue incursioni dei pescherecci pugliesi. Per questo, grazie anche ad un finanziamento regionale, saranno installati dei dissuasori per impedirne l’avvicinamento e consentire il ripopolamento sia della fauna che della flora marina. Amendolara la scopri poi da grande, quando ricolleghi le vicende dell’Iliade e dell’Odissea al mare cristallino e agli abitanti cordiali. «Guarda che acqua, se non fosse perché siamo vestiti viene voglia di gettarsi in mare per fare il bagno», dice un passante sul lungomare. In questo lembo di Calabria si arriva attraversando la Statale 106. 


«Quest’arteria ha alleggerito il traffico urbano dei paesi dell’alto Jonio – spiegano alcuni cittadini -, ma ha sottratto una fetta importante di economia». La 106 è parte integrante del paesaggio e del contesto sociale di questa zona. E’ una sorta di confine, dove da un lato c’è il massiccio del Pollino con le sue vette appuntite che digradano verso la costa e dall’altro c’è la piana di Sibari, con i suoi estesi campi coltivati. Anche il meteo è diviso: sui monti grandi nuvole nere minacciano pioggia, verso la costa il cielo si colora di blu. Anche il traffico è democratico. Ce n’è per tutti: dalla Fiat Uno scassata che viaggia lentamente, alla potente Bmw. E poi ci sono i camion che spesso camminano in colonna come dei convogli ferroviari. Sulla costa lo scenario cambia ancora e insieme a colline rocciose e aride convivono verdi pini marittimi e macchia mediterranea. Il lungomare di Amendolara è a tratti. C’è la zona dei locali notturni e poi, imboccando una stradina interna si passa oltre, fino a raggiungere l’altro pezzo di strada che costeggia il litorale. Anche la spiaggia è a tratti: c’è la zona con una lunga fila di ombrelloni aperti e c’è quella con gli ombrelloni chiusi. E poi c’è il tratto ampio e subito dopo quello di pochi centimetri perché eroso dal mare. Questa passeggiata porta ad un luogo affascinante, al fazzoletto di spiaggia che accoglie una torre d’avvistamento fatta costruire nel 1517 da Fabrizio Pignatelli, principe di Cerchiara e signore di Amendolara. La struttura serviva per avvistare le navi dei pirati saraceni provenienti dal mare ed è conosciuta come Torre Spaccata. Il passo dalla “Marina” al “Paese” è breve. 
Una manciata di tornanti conduce in cima alla collina, dove sorge l’antico borgo. Lo sguardo cade su un cartello stradale che annuncia: «Benvenuti ad Amendolara, gemellata con Lanus (Argentina)». Poche parole, scritte su un pezzo di lamiera bianca, segnalano il fenomeno dell’emigrazione che ha segnato profondamente questo luogo. Pochi anni fa, il regista Marco Ottavio Graziano, per raccontare il viaggio degli amendolaresi in America latina, realizzò un lungometraggio dal titolo Emigranti. E se c’è chi è emigrato verso il Nord per trovare fortuna, ad Amendolara si trova anche chi, dal Nord, è emigrato in Calabria. E’ il signor Lorenzo Pilan Bruno, veneto, sposato da cinquant’anni con una signora del posto. «E noi lo sopportiamo», dice scherzando un suo amico. Ma c’è anche chi è emigrato a metà. E’ il dottor Francesco Calienni, medico al San Leonardo di Castellammare di Stabia: «Lavoro in Campania, ma ritorno sempre. Anzi, non vedo l’ora di finire e ritirarmi definitivamente qui. Voglio fare il contadino», conclude il medico. «E noi lo sopportiamo», replica scherzando il signor Pilan. «T’aggia fa morì», risponde col sorriso sulle labbra e con accento campano il dottor Calienni. Seduti sulla panchina, vicino l’ex chiesa di san Domenico, ci sono altri due signori, Mario Cataldi e Alessandro Dalia. Scherzano anche loro, ma poi il tono del signor Cataldi si fa serio quando afferma: «Amendolara è un paese tranquillo, qui puoi dormire anche con la porta aperta». Un paese a dimensione d’uomo, forse a dimensione familiare, dove le persone parlano ancora tra i vicoli, sedute accanto la porta di casa; dove i ragazzini giocano ad inseguirsi lungo le strade; dove la cordialità sembra essere una cosa normale: «Chiedo scusa, dove si trova la chiesa di Santa Maria?». «Vi accompagno io, seguitemi», risponde una gentile ragazza sulla porta di un negozio di articoli da regalo. La patria di Pomponio Leto e che ospitò Ulisse ed Epeo è oggi una grande casa, dove gli abitanti sono una sorta di grande famiglia. Il Cuore umano della Calabria batte anche qui, tra antichi vicoli colorati, case non più alte di un piano e il canto delle cicale che proviene dalla vicina campagna. 

*pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 04.08.2012
Cirò e il profumo di ginestra bianca
post pubblicato in Reportage, il 3 agosto 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
L’atmosfera è quella della festa. Due file di bancarelle, coperte da grandi teli colorati, costeggiano i due lati della strada. Ogni tanto s’intravede oltre: il rosa, il viola e il bianco delle caramelle e dei frutti canditi; oppure il rosso di una fiammante Ferrari radiocomandata. Ma il momento della festa non è ancora giunto e allora si può solo immaginare cosa nascondano gli altri teli. Cirò Marina, invece, non nasconde la devozione per la sua Madonna, quella del Carmelo. Sul viale principale tante luminarie spente fanno capire che ormai ci siamo. La festa è vicina. Una festa cattolica, celebrata non solo a Cirò Marina. La Madonna del Monte Carmelo (o del Carmine) è la patrona di molti comuni calabresi, celebrazione per alcuni versi nostrana in cui non è difficile incontrare ambulanti arabi. Una coppia di ragazzi dai tratti nord-africani è seduta su un muretto. I due sono divisi da una tenue colonna di fumo bianco. Assaporano il narghilé, una specie di pipa simile a una bottiglia panciuta. Momenti di svago, il sorriso dei due rimanda ad un tempo sospeso e dai pensieri leggeri. 



L’esatto contrario di ciò che, probabilmente, hanno provato i 74 immigrati sbarcati qualche giorno prima a pochi chilometri da quel lungomare addobbato a festa. A poca distanza da quelle bancarelle si trova un’altra zona scenario, un tempo, di sbarchi e d’incroci tra culture. E’ l’area su cui fu edificato nel VI secolo a. C. il tempio di Apollo Alaios, a lungo cercato ma trovato solo negli anni ’20. Così sul sito del Comune: «Tramandano le fonti antiche che l’eroe tessalo Filottete, dopo il ritorno dalla guerra contro Troia, a causa di una sedizione scoppiata in patria riprese il mare, sbarcando sulle coste ioniche nei cosiddetti Makalla della Crotoniatide, dove fondò il tempio di Apollo Alaios a perenne memoria della conclusione del suo vagabondare (alae) e qui consacrò le frecce a lui donate da Eracle. Successivamente, combattendo a fianco di strateghi rodii contro Ausoni Pelleni, egli morì e fu sepolto ai Makalla, entro un grande recinto, e a lui le popolazioni locali tributarono onori divini, offrendo sacrifici di bovini». Delle rovine di quel tempio ora non resta che un cadente recinto di legno e fil di ferro, erba secca, cavalli al pascolo e un cartello: «Santuario di Apollo Alaios». Accanto alla dicitura, la foto della statua di Apollo. Alla Calabria non resta che un’immagine, dal momento che l’importante reperto si trova (per un prestito) negli Stati Uniti e pare che gli americani non siano intenzionati a restituirlo. Il mare è vicino, il faro di Punta Alice indica che la spiaggia bandiera blu per la dodicesima volta, è dietro la pineta. In riva al mare gli ombrelloni non sono molti e in acqua, seppure a prima vista più limpida rispetto a quella del Tirreno, ci sono delle alghe. Daniela e Maurizio vengono proprio dalla costa opposta, «siamo venuti perché attirati dalla bandiera blu, ma siamo rimasti delusi. Un po’ per l’edilizia della zona e un po’ perché il mare non è pulito come ce lo aspettavamo». Cirò Marina, con i suoi quindicimila abitanti, dopo Crotone è il centro più grande della provincia. Ma la conoscenza della cittadina nata negli anni ’50 si completa solo dopo aver visitato Cirò, il comune di tremila anime da cui poi si staccò il centro marino. «Marinoti, nìviri e ciòti» (quelli di Cirò Marina sono abbronzati e pazzi ndr), recita Turuzzu Cariati, definito dall’antropologo Antonello Ricci, «un uomo museo». 

Zu’ Turuzzu è un profondo conoscitore della cultura locale e racconta la storia della sua Cirò con versi, proverbi e serenate: «Ne conosco ben 466», dice. Ma gli episodi di vita cirotana passano anche dalle corde della sua chitarra battente e dalle mani di suo nipote Giovanni: l’unico ragazzo di Cirò che ha deciso di custodire questa preziosa tradizione culturale. «Lui e il nonno sono come il cato e la corda (il secchio e la corda), sono inseparabili», dice sorridendo la mamma di Giovanni. La cultura di questo lembo di Calabria è fatta anche di cibo. «Qui ognuno ha una vigna e produce vino, anche solo per uso personale», spiegano in paese. E poi c’è la sardella, la cipuddata e la pitta ccu maju. Lisa e Salvatore, i titolari della trattoria l’Aquila d’Oro, raccontano di quando Bud Spencer andò a mangiare da loro. «Presto, una cipuddata per Bud Spencer - disse mio marito -». «Per Bud chi? – risposi incredula -. Mangia proprio come nei film, ma perde la pazienza solo nella finzione. Quel giorno scherzò con tutti i bimbi che erano nel locale». Cirò e Cirò Marina sono due comuni diversi. Il secondo si distingue anche per il mare e la sua Bandiera blu. Ma anche Cirò ha la sua fetta di spiaggia, quasi tutta ad accesso libero e dove si formano le dune della marinella. Lì cresce la ginestra bianca ed è zona soggetta a vincolo paesaggistico perché Sito d’interesse comunitario. E poi è da Cirò che sì è cominciato a contare il tempo. Il calendario gregoriano, quello che ancora oggi scandisce anni, mesi e giorni, fu ideato dal cirotano Luigi Lilio. Altro che «Cirò, a sira ca sì e a matìna ca no». 
*pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 28.07.2012
Melissa: il vino, il ricamo e le anime del centro storico
post pubblicato in Reportage, il 22 luglio 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
La lunga strada dritta conduce ad una folta serie di tornanti. Melissa si trova su, in cima a quel serpentone d’asfalto. Ma si trova anche giù, accanto a quella strada che corre lungo il mare. Melissa e la sua frazione Torre Melissa, i due volti della stessa medaglia. Due anime e tanti contrasti, un po’ come i diversi significati del nome Melissa. Melissa è una cantante, ma anche una canzone. Melissa è una pianta, ma anche un cratere lunare. «E comunque sia Melissa è più bella di Torre Melissa – dice una signora del posto -. Noi abbiamo il centro storico, loro no». L’anima di questo comune della provincia di Crotone comincia a svelarsi sulla Statale 106. La strada divide il paesaggio. Da un lato campi coltivati, di colore giallo intenso. Dall’altro il mare, lo Jonio, dalle tinte blu scure. Ad unire questi due opposti ci pensa il caldo, tanto forte da levare il fiato. Il termometro segna 38°. Poi, dopo lo svincolo per la Provinciale 12, le forme cambiano. Comincia la salita su colline argillose a volte lasciate incolte, ma spesso ricche di vigneti e spighe di grano. Verde, giallo e azzurro sono i colori sociali di questa terra, una sorta di Doc, il marchio che certifica la zona d’origine di un prodotto. 
Caratteristiche di questo luogo sono anche tante piccole casette colorate. Ogni tanto, lungo il tragitto, s’incontra qualche villaggio composto da buffi contenitori colorati. Sono allevamenti d’api e forse non è solo una coincidenza se sullo stemma araldico del Comune campeggiano anche questi insetti. Sotto il sole d’estate, l’arrivo in paese è segnato da un’esigenza: cercare un po’ d’acqua. Proprio davanti la chiesa di San Francesco di Paola si trova una fontana. Un signore, seduto lì vicino, interviene: «Bevete pure, ma vi avverto, l’acqua è calda». Meglio desistere e proseguire, cercare un bar sembra la soluzione migliore. Intanto ci s’infila tra i vicoli del centro storico. Leonardo Scarriglia, autore di un progetto fotografico su Melissa, spiega: «Se si vuole capire questo luogo bisogna attraversarne le viuzze e le case abbandonate. La gente è andata via per sfuggire alla fame. L’eccidio di Fragalà del 1949, si comprende solo passando da qui». Lungo le strade appena sotto la chiesetta di San Francesco, il silenzio cammina insieme ad un rumore costante, quello di una condizionatore d’aria. Molte delle abitazioni sono abbandonate e il loro interno è colmo d’oggetti sparsi dappertutto, segno di passaggi, di vite vissute e che ora non abitano più lì. 


Il caldo continua ad abitare quei vicoli, nonostante ci si avvii al pomeriggio inoltrato. Le pareti delle abitazioni, infatti, sprigionano il calore accumulato durante il giorno ed è raro incontrare qualcuno. Ma tanta solitudine è subito ricompensata. Una signora è intenta a ricamare una stoffa all’interno di una piccola grotta. Vede un gruppo di turisti ed è subito gentile: «Fa molto caldo, posso offrire da bere?». «Volentieri - rispondono - ». La signora Emilia entra un attimo in casa ed esce con quattro Crodino tra le mani. «Ma no, un bicchiere d’acqua sarebbe andato più che bene. Non si disturbi». «Ma quale disturbo - risponde lei -, io sono fatta così, accolgo tutti. Me lo ha insegnato mia madre». Nella grotta in cui la signora Emilia era intenta a ricamare, è stato ricavato un forno. «E’ così da cinquant’anni, facciamo il pane all’alba, ma solo per la mia famiglia. Qualche giorno fa passò da qui un gruppo di tedeschi. Gli diedi della pitta appena sfornata e loro fotografavano, mangiavano e sorridevano». Salendo un po’ più su, ecco una coppia di signori, anche loro ospitali come la signora Emilia Damiani. Sono i coniugi Ferro, Nicola e Rosaria. La signora Rosaria si offre subito nel preparare delle colazioni: «Avete altro cammino da fare, ne avete bisogno». Alla fine si accettano solo due bottiglie, una d’acqua e l’altra di vino. «Coltivo l’uva da quando sono nato – racconta il signor Nicola -, tale padre, tale figlio». 

L’ora tarda spinge ad affrettarsi, c’è da visitare ancora contrada Fragalà e il mare di Torre Melissa, bandiera blu per l’acqua limpida. Prima d’arrivare sul luogo in cui nel 1949, furono uccisi durante una protesta Francesco Nigro, Giovanni Zito e Angelina Mauro, ecco un altro incontro. E’ il signor Francesco Dati: «Quel giorno d’ottobre io c’ero. Noi contadini urlavamo “pane e lavoro – pane e lavoro” e battevamo le mani. Ma la Celere aprì il fuoco, uccidendo animali e cristiani». E finalmente il mare, calmo e pulito. Anche se, data l’ora, sulla spiaggia si trova solo una lunga fila di ombrelloni chiusi. Si scatta qualche immagine e un signore, incuriosito, chiama da un balcone: «Come mai queste foto? Mi raccomando, Torre Melissa è bandiera blu». 
* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 22.07.2012
Il primo lancio
post pubblicato in Reportage, il 16 luglio 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
Il lancio nel vuoto comincia da una piccola stanza in via degli Stadi. Lì i paracadutisti dell’Anpdi (Associazione nazionale paracadutisti d’Italia) s’incontrano, discutono e addestrano. Chi vuole diventare parà deve passare da lì, tra spartane pareti ricavate sotto una tribuna dello Stadio San Vito, dove la corrente elettrica è affidata ad un piccolo generatore e la luce, in alcuni casi, non è veloce quanto Superman. Ma in quella stanza austera c’è l’anima della sezione Anpdi di Cosenza intitolata al generale Carlo Francesco Gay. Ci sono le foto, immagini uniche. Nessuno, a parte loro, può vantare scatti realizzati a 3000 metri dal suolo volando a circa 200 chilometri orari. C’è il pollaio, la struttura usata dagli allievi paracadutisti per l’addestramento pre lancio. E poi ci sono i paracadutisti Piero Preite, Mario La Vecchia e Ferruccio Caruso. Sono le colonne della sezione cosentina fondata nel 1996 insieme a Ivano Preite, Vincenzo Aiello e Paolo Fotino. Piero è un istruttore e ogni anno si occupa della formazione dei giovani che vogliono conseguire il brevetto. I motivi sono diversi: c’è chi decide di ottenere l’abilitazione al lancio per avere maggiore punteggio nei concorsi nelle forze armate e c’è chi lo fa per passione. Ma qualunque sia il motivo, una sola cosa accomuna queste persone: il coraggio.  
E’ un coraggio antico, perché affonda le sue radici nella battaglia di El Alamein. Attenzione però, non si tratta né di nostalgia del passato e nemmeno di ambizioni belliche. Per un paracadutista dell’Anpdi, quella battaglia che vide contrapposti italiani e inglesi nel deserto egiziano, durante la seconda guerra mondiale, vuol dire «onore e sacrificio». «I paracadutisti – spiega Piero Preite – combatterono contro un nemico meglio armato e numeroso e si arresero solo perché, alla fine della battaglia, non erano rimaste nemmeno le pietre da lanciare contro i carri armati». Ma come andò davvero lo racconta il sergente Pasquale Pizzuti, reduce di El Alamein. I membri dell’Anpdi sono andati a trovarlo in clinica prima del lancio dei ragazzi del diciannovesimo corso, quest’anno dedicato al sergente maggiore Armando Perna. «Nonno Pasquà – esordisce Piero -, ti siamo venuti a trovare per avere la benedizione. Tra pochi giorni i nostri allievi faranno il primo lancio». L’ex sergente li guarda e si commuove. Piero lo consola tenendogli la mano e poi dice: «Non piangere, altrimenti piango anch’io». Il sergente si fa forza e comincia a parlare: «Con la Folgore tutti ci si lavano la bocca, ma io sono fiero di essere stato un pezzo di ragazzo della Folgore». Ancora lacrime. Piero Preite continua a tenere la mano all’ex sottufficiale. Sembrano padre e figlio. Due generazioni, un solo legame. In situazioni come questa il suono della parola parà si confonde col suono di un’altra parola, dal significato diverso e più dolce: papà. Gli allievi ascoltano con rispetto, le braccia dietro la schiena e sguardo profondo. «Nonno Pasquale» racconta di El Alamein con passione. Ricorda «l’ordine del comandante di mantenere le uniformi in ordine in attesa dell’ingresso ad Alessandria». Racconta degli «ordini che arrivavano da Roma e che non erano veri». Il pianto interrompe le parole quando ricorda delle «buche scavate nel deserto avendo a disposizione solo un pugnale e la gavetta. 

Ci dicevano che sarebbero arrivati i rinforzi e invece non arrivò mai nessuno. Fu allora che cominciammo a credere che la guerra fu programmata per essere persa. Poi, dopo questo momento di sconforto, un’illusione ci diede coraggio: da lontano vedemmo gli inglesi arrivare sventolando una bandiera bianca. Abbiamo vinto, si sono arresi, pensammo. Era invece un ufficiale neo zelandese. Era venuto a dirci: “Arrendetevi, sta arrivando dalla Palestina l’Ottava armata inglese”. La risposta del nostro comandante fu secca: “Generale, le do 5 minuti di tempo per andarsene, qui ci sono le migliori truppe dell’Asse”. Il neo zelandese diceva la verità, l’Ottava armata arrivò e vinse, ma la Folgore non cedette. Riuscimmo a respingere i carri armati nemici per più giorni e alla fine del duello gli inglesi ci ossequiarono con l’onore delle armi. La Folgore sfilò davanti alle truppe nemiche come se avesse vinto». La visita al sergente Pizzuti termina nel cortile della clinica, il gruppo Anpdi gli dedica il presentat’arm. Una dottoressa vede l’ex sottufficiale e si avvicina scherzando: «Nonno Pasquà, ti fai due passi? Bravo». Il sergente ha lo sguardo perplesso, sembra non ascoltare. Qualcuno afferma sottovoce: «Forse è colpa del caldo». Ma dopo pochi secondi nonno Pasquale guarda tutti negli occhi ed esclama: «Non avete il basco!». Quel rimprovero paterno si trasforma in un abbraccio quando a fine visita i parà lasciano la clinica. Finalmente il giorno del lancio. Il gruppo raggiunge Pontecagnano, in provincia di Salerno. Lì dovrà affrontare le prove fisiche e d’idoneità prima di conseguire il brevetto. 

Da Cosenza partono in nove. Un gruppo è composto da soci Anpdi di Catanzaro e l’altro gruppo è composto dai soci di Cosenza. I tre allievi Alessandro Cesario, Andrea Esposito (cosentini) e Alessandra Tarantino (crotonese) sono accompagnati da Piero Preite e Mario La Vecchia. I catanzaresi sono quattro, tra cui il neo presidente della sezione di Catanzaro, Salvatore Marano, Salvatore Rao paracadutista in congedo, e Giuseppe Grande, anche lui in congedo ma con la voglia di ripetere l’esperienza del volo. A Pontecagnano le prove pre lancio non sono una passeggiata. Gli allievi sono tesi e Gaetano Giella, direttore della scuola, è molto rigido. Ogni errore o distrazione è punito con una breve serie di flessioni. Non è un vezzo o mania di comandare, è solo che lì su, a 500 metri, non si scherza. Altro che flessioni. Gaetano interroga i ragazzi: «Quale posizione assumi una volta staccato dal velivolo? Come ti comporti se stai per atterrare in acqua?». Ogni tanto si risponde con esitazione ed allora l’istruttore diventa più deciso: «Non ci siete con la testa, concentratevi, altrimenti l’abilitazione ve la scordate». La tensione si taglia a fette: c’è la preoccupazione per l’esame e per il lancio. E poi il caldo complica le cose. Tra caschi, imbracature e mimetiche, il sudore scende giù a litri. Gaetano Giella, invece, sembra impassibile. E’ come se il caldo non lo scalfisse. E’ concentrato sull’obiettivo e striglia i suoi: «Se non siete pronti non andrete avanti, domani gli attori principali sarete solo voi. Una volta fuori dall’aereo io non ci sarò a dirvi cosa fare». Nell’ambiente paracadutistico Gaetano Giella è una figura leggendaria. Per capire i modi burberi di quel signore nato col paracadute, bisogna osservarlo sorridere e tutto acquista un significato diverso. Il momento del primo lancio arriva insieme ad un ospite poco gradito, l’anticiclone nord africano Caronte. Gli allievi attraversano la pista sotto un sole micidiale, raggiungono l’aereo che li attende col motore acceso e il direttore di lancio dispone l’ordine d’entrata sul velivolo. Ognuno raggiunge il suo posto e si parte. Anzi, no. L’aereo si ferma qualche minuto per dare precedenza ad un atterraggio. Intanto il caldo invade lo stretto abitacolo del Pilatus P C6 e con lui anche i gas di scarico dell’aereo. Finalmente arriva l’ok al decollo. Si parte e in una manciata di minuti si arriva a quota 500. Il dl apre il portellone per controllare la zona di lancio e in quel momento tutti restano col fiato sospeso. 
Quel gesto vuol dire una cosa: tra pochi secondi si salta. Gaetano Giella dà l’ok. La prima a saltare è Alessandra Tarantino. Giella urla «vai» e con le mani sulla schiena della ragazza l’accompagna fuori dall’aereo. Il secondo a saltare è Giuseppe Grande e l’urlo è lo stesso: «Vai». Stessa operazione per Andrea Esposito e Alessandro Cesario e nel giro di pochi secondi nell’aereo non resta più nessun allievo paracadutista. Durante la giornata si effettueranno altri due voli. Infatti, per conseguire il brevetto, servono tre lanci. In Calabria i paracadutisti associati all’Anpdi sono circa duecento sparsi tra le sedi di Reggio Calabria, Praia a Mare, Cosenza e Catanzaro. «Siamo duecento – spiega Preite – ma è come se fossimo diecimila. Il nostro impegno e la nostra solidarietà sono apprezzate in tutti gli ambiti in cui operiamo». Per Piero Preite diventare paracadutista «vuol dire aderire ad un stile di vita, ad una disciplina che fa parte del tuo essere uomo». Una vita non priva di sacrifici, perché, come si dice nelle scuole di paracadutismo, «questo è uno sport per ricchi praticato dai poveri». Un corso per conseguire il brevetto al lancio militare costa circa mille euro, ma i prezzi aumentano nel caso del paracadutismo sportivo. Una vela normale, ad esempio, arriva a costare anche otto o novemila euro. Ma bisogna considerare anche il costo dell’iscrizione ai corsi, quello dell’assicurazione e quello dei voli. Tanti sacrifici e tanto impegno a volte sono ripagati anche con pregiudizio. La tendenza ad identificare i paracadutisti come estremisti di destra o guerrafondai, non tiene conto dei valori dell’Anpdi. Così spiega Salvatore Marano, presidente della sezione di Catanzaro: «Noi non stiamo né a destra e né a sinistra, noi stiamo in alto. E poi ripudiamo la guerra, anche se siamo addestrati ad affrontarla in caso di necessità». Preite aggiunge: «La sezione cosentina è composta da persone provenienti da ambienti culturali diversi, a volte opposti. Ma tutto ciò è solo un valore. A noi interessano le virtù che uniscono, come la solidarietà e l’amicizia. Per noi, lo spirito di gruppo è un valore fondamentale. Massiccio!». 
*pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 15.07.2012
Morano, paradiso delle memorie e dei tempi lenti
post pubblicato in Reportage, il 15 luglio 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO

Nella «perla del Pollino» un Diamante è per sempre. Perché dopo due anni dall’ultima visita a Morano Calabro, il signor Diamante, «l’uomo più prezioso del mondo», lo s’incontra ancora al belvedere appena sotto il convento dei frati cappuccini. Ed è sempre in compagnia dei soliti amici: «Claudio Villa detto Villa Claudio» e Peppino ‘i Luciéno, detto anche «mandrillo». I tre amici trascorrono i caldi pomeriggi estivi proprio come due anni fa, davanti ad uno dei panorami più belli della Calabria. Tanto fascino è valso la Bandiera arancione, il marchio di qualità del Touring Club «rivolto alle piccole località dell’entroterra». I tre amici parlano, scherzano e si divertono. E poi, quest’anno, c’è un amico in più: «E’ il monarca di Saracena», dice il signor Peppino indicando un suo amico. Rivedere quelle persone nello stesso luogo e a distanza di tempo è un po’ come rivedere una di quelle fotografie in grado di cogliere «lo spirito del luogo». Lo spirito di Morano è un po’ come il rapporto di quei vecchi amici, in apparenza sempre uguale e ripetitivo, fatto di tempi lenti, ma in grado di durare nel tempo. Sono i tempi lenti delle preghiere dei frati cappuccini, a Morano dal 1600 ed ora presenti col loro noviziato. Sono i tempi lenti del rosario per la novena in onore della Madonna del Carmine, recitato nella gremita chiesa di Santa Maria Maddalena. E’ il tempo scandito dagli emigrati, partiti in massa negli anni ‘60 per raggiungere Porto Alegre, in Brasile, e che ritornano ogni anno per rivedere la loro Morano e pregare la loro Madonna; un evento che si ripete ogni 365 giorni, quasi come fosse un moto solare. «Anche se – come raccontano in paese – col passare del tempo i legami si affievoliscono e di persone ne ritornano sempre meno». «Stiamo perdendo il tessuto sociale – spiega il maestro d’arte Biagio Tramaglino -. L’età media dei moranesi è alta e i giovani sono pochi. Un tempo si formavano agevolmente ben 6 classi di prima elementare, oggi se ne forma a mala pena una. Se non si fa qualcosa il futuro rischia di fermarsi». 
 La tappa moranese coincide con i giorni di Minosse, l’anticiclone sahariano che ha portato ondate di caldo record. E il cielo è bianco sopra Morano, il sole del tardo pomeriggio è ancora a picco sul piccolo paese. I raggi solari, troppo intensi, attenuano i colori e la «perla del Pollino» è simile ad una foto bruciata. Sul paese soffiano ondate di vento caldo, soffiano alla velocità delle campane delle 17 o al ritmo frenetico delle cicale. Poi, un’immagine dona un po’ di sollievo. E’ il centro storico che sembra spuntare all’improvviso dagli alberi dopo aver percorso via Lauri. Tante piccole case si arrampicano una vicina all’altra, fino a raggiungere la cima della collina su cui domina il castello normanno-svevo. «E’ uno spettacolo, vero? Quando il traffico dell’A3 viene deviato per questa strada, gli automobilisti non possono fare a meno di fermarsi e scattare fotografie – racconta il titolare di una struttura ricettiva - ». Ma in questo paese circondato da colline simili a piramidi non tutti sonnecchiano. E’ il caso di don Gianni Di Luca che, insieme a Leonardo Di Luca, Roberto Coscia de Cardona e Andrea Magnelli, è ideatore della mostra permanente “La veste della sposa”, un percorso d’arte sacra che abbraccia un periodo di quattrocento anni (1400 – 1800). La mostra, allestita nella chiesa di Santa Maria Maddalena, vive dal 2011 ed espone al pubblico i paramenti sacri donati dalla famiglia Pignatelli-Spinelli, tele di Pedro Torres e i paliotti in cuoio di Francesco Guardi: «Pezzi quasi unici, questi paliotti si trovano solo a Morano e a Venezia». Non unici, ma sicuramente pregiati, sono gli angeli di Pietro Bernini, padre del più famoso Gian Lorenzo, ideatore del colonnato di San Pietro, a Roma. Le due sculture in marmo sono ritornate nella chiesa di Santa Maria Maddalena dopo un’assenza di qualche anno dovuta ad un restauro.

Morano Calabro è anche il paese delle associazioni, dei musei e dei bed and breakfast, «ce ne sono circa una ventina», spiegano alcuni abitanti. «Per chi vuole trascorrere qualche giorno di pace questo è il paese giusto, lontano dal rumore e dai ritmi frenetici. E poi, per chi ama la montagna, si organizzano anche escursioni sul Pollino». Nonostante questo, però, il turismo è in calo: «La crisi si fa sentire anche qui», dice un commerciante. E nonostante gli appuntamenti organizzati dal Comune si stenta ad attirare turisti al di fuori della solita cerchia: «In primavera arrivano le scolaresche, mentre dopo il 16 luglio è forte la presenza degli emigranti. E dei pugliesi: sono quelli più affezionati, per il resto i turisti vengono un po’ da ogni parte». Anche dal Massachusetts, Stati Uniti, per visitare una fattoria didattica. «E’ un progetto che va avanti da qualche anno. Si tratta di studenti coinvolti in tour che passa anche da Morano». Turismo a bassa densità e tempi lenti, questo il cuore del comune ai piedi del Parco del Pollino. «Ma serve progettualità, soprattutto da parte dei giovani – spiega Domenico Lombardi - ». «Altrimenti n’ara manné bona a Maronna», insiste Biagio Tramaglino, alla quale quest’anno non è stata concessa nemmeno l’illuminazione per la sua festa. 

*pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 15.07.2012
Tra acqua e fuoco
post pubblicato in Reportage, il 2 luglio 2012
«Il pompiere paura non ne ha»
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
Hanno una sola missione: salvaguardare la vita umana. Per realizzarla intervengono ovunque: in aria, in mare, nei laghi, nei fiumi e sotto terra. Dove c’è bisogno d’aiuto, i vigili del fuoco sono lì. E’ un compito istituzionale, ma è soprattutto una questione di Dna. Spesso, il confine tra lavoro e missione, è impercettibile. Il ruolo dei vigili è sancito in un regolamento emanato con decreto del Presidente della Repubblica: «Il Corpo nazionale assicura in modo continuativo e su tutto il territorio nazionale, ivi compreso nelle acque interne e nel mare, gli interventi di soccorso, utilizzando lo specifico dispositivo costituito da personale, mezzi e sistemi che ne consentono l’immediato impiego». I nautici. Quindi non solo fiamme, anche l’acqua rientra nella sfera d’azione dei vigili. E questo vale soprattutto in Calabria, dove all’alto numero d’incendi si somma un’estensione costiera notevole, circa 800 chilometri. Un litorale così vasto attira ogni anno turisti e imbarcazioni, moltiplicando così il rischio d’incidenti che cresce sensibilmente durante il periodo estivo. Il termine acqua non è solo sinonimo di mare (dove i vigili operano in collaborazione con la Capitaneria di porto), ma vuol dire anche acque interne e cioè laghi e fiumi. Il fiume Lao, ad esempio, frequentato dai turisti per fare rafting (discesa fluviale a bordo di un gommone inaffondabile), è anche un importante luogo per le esercitazioni dei vigili del fuoco. «In tutta Italia esistono altre due zone idonee all’addestramento dei fluviali – spiega il direttore regionale Claudio De Angelis -. Si trovano rispettivamente nelle province di Vercelli e Terni. Papasidero, invece, è il riferimento per i vigili del Meridione». Per far fronte a tutti gli ambiti d’intervento, il Corpo nazionale ha istituito al suo interno diversi settori o, più precisamente, «specializzazioni» e «alte qualificazioni».In Calabria operano poco più di 1200 vigili del fuoco dislocati nei cinque comandi provinciali di Cosenza, Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia e Reggio Calabria. In questo ambiente si muovono anche gli specialisti nautici, i soccorritori acquatici, i portuali e i sommozzatori. Le caserme dei vigili, infatti, sono situate anche in località costiere proprio per garantire un soccorso il più celere possibile. Queste sedi, così come i comandi, sono distribuite su tutto il territorio regionale. I mezzi impiegati sono diversi e il loro impiego dipende dalle esigenze d’intervento. Sul territorio calabrese i vigili possono intervenire grazie ad una serie di Manta idrojet, imbarcazioni in grado di navigare anche su acque profonde pochi centimetri; a gommoni bimotore, idonei per effettuare interventi anche quando le condizioni del mare diventano critiche. E poi, ancora, da ricordare i mezzi anfibi (impiegati in caso di calamità naturali per il salvataggio di persone e cose), i gommoni da rafting (impiegati per il salvataggio nei fiumi) e le moto d’acqua. Una funzione tipica da pompiere è svolta dalle moto-barca-pompa, mezzi nautici progettati ed attrezzati per prevenire e spegnere gli incendi nelle zone portuali, sia a terra che a bordo delle imbarcazioni. 

I portuali. «Sono vigili del fuoco brevettati nautici, impiegati nelle attività di soccorso in mare, a terra, a bordo delle navi, dei galleggianti e nei porti, da sempre luoghi ad alto rischio per la complessità delle attività commerciali ed industriali in essi svolte». Dalla definizione del Comando alla vita reale, il passo è davvero breve. Risale infatti a poche settimane fa l’intervento nel porto di Crotone. La mattina del 4 giugno, tre squadre sono entrate in azione per un incendio scoppiato all’interno di una nave ormeggiata. L’intervento dei vigili - penetrati all’interno del ponte numero 2 completamente invaso dal fumo e con temperature altissime - ha consentito di circoscrivere le fiamme al locale “gruppi produzione energia”, evitando ulteriori danni. E’ stato poi disposto lo scarico del materiale imbarcato, composto d’elementi di notevoli dimensioni per l’assemblaggio d’impianti eolici. Ed è ancora impresso nella memoria di molti l’incidente che qualche anno fa coinvolse un aliscafo delle Ferrovie dello Stato e una nave porta container nelle acque dello Stretto di Messina. Morirono quattro persone, ottantotto i feriti, di cui sette gravi. Intervennero anche i vigili del fuoco. Salvarono due donne rimaste incastrate tra le lamiere subito dopo lo scontro. Poi, per evitare che l’aliscafo affondasse, fu imbracato a due motobarche del Corpo e rimorchiato lentamente nel porto di Messina. Ma ogni intervento è la conseguenza di un continuo cammino di formazione. 
 Per diventare portuali, oltre a seguire la normale formazione, il vigile deve conseguire anche una preparazione ad hoc. Il primo giugno scorso, ad esempio, è terminato nella sede didattica del Distaccamento portuale di Gioia Tauro, il corso di formazione “antincendio navale”. Il corso, effettuato seguendo in fase sperimentale il programma della Direzione centrale per la formazione, era rivolto al personale del Distaccamento portuale di Vibo Valentia e dei Distaccamenti di Palmi e Polistena, situati a poca distanza dalla sede di Gioia Tauro. «In caso d’emergenza portuale – spiegano i Vigili -, Gioia sarebbe interessata alle procedure di spegnimento incendio su unità navali». Tre giornate della didattica sono state dedicate alla parte pratico-addestrativa utilizzando l’impianto del “Simulatore Navale” del distaccamento di Gioia Tauro. E’ di pochi giorni fa, invece, la conclusione di un altro corso, quello per il conseguimento della patente nautica di seconda categoria. Durante la parte pratica, in mare, il sole picchiava forte. E come i soldati usano creme mimetiche per nascondersi da altri soldati, i vigili usano crema solare per proteggersi da nemici altrettanto insidiosi, i raggi uv. Dopo molte ore trascorse sotto il sole di luglio, anche questa è una forma di sicurezza da non trascurare. Altri vigili del fuoco, invece, hanno già la pelle nera, segno che il lavoro sotto il sole, a spegnere gli incendi, purtroppo è già cominciato. Ma il soccorso in mare non ha orari, ed allora ecco anche le esercitazioni in mare al buio, di notte, con il solo ausilio della strumentazione e delle carte nautiche. «Il nostro obiettivo – spiega uno degli istruttori – non è solo quello d’insegnare a portare l’imbarcazione, ma di portare l’imbarcazione e soccorrere chi è in difficoltà». Formazione a parte, ciò che colpisce è lo spirito di famiglia. Si coglie a pranzo, quando si sparecchia e si prepara il caffé, oppure quando alla fine della serata ci si ritrova tutti seduti su un muretto del Polo didattico a commentare coordinate, distanze e manovre. E poi di nuovo il caffé, «ma questa volta al bar. Però veloci – dice l’istruttore ad alta voce -, tra un po’ farà buio e si ritorna in acqua».  I sommozzatori. Dal soccorso nautico bisogna distinguere quello acquatico. Il primo si svolge in mare, il secondo anche nei laghi e nei fiumi. Ed è qui che entrano in gioco i sub, operatori in grado di intervenire nelle varie situazioni di pericolo legate all’elemento acqua: dall’incendio a bordo di navi, alla presenza di rischi biologici, chimici e nucleari, dalla ricerca di persone in mare, laghi e fiumi all’emergenza alluvionale. Peculiarità dei sommozzatori è l'immersione anche in luoghi non convenzionali quali acquedotti, pozzi, reti fognarie ed acque nere». In Calabria il nucleo sommozzatori ha sede a Reggio e proprio una manciata di giorni fa è stato impegnato nel ritrovamento di Valerio Nunziata, il sub morto nelle grotte dell’isola di Dino. Durante le ricerche sono stati impegnati oltre trenta uomini ed una quindicina di mezzi terrestri, nautici ed aerei provenienti da Reggio Calabria, Vicenza, Viterbo e Roma. Gli specialisti si sono succeduti nelle immersioni fino al ritrovamento del giovane disperso. «Il nostro lavoro – spiega uno dei sub intervenuti a Praia – porta a diretto contatto con la vita e con la morte. Nei nostri interventi, oltre all’aspetto specialistico, è altrettanto importante quello umano. Se spesso non è semplice recuperare il corpo di una persona, è altrettanto delicato guardare un genitore negli occhi e spegnere poi ogni speranza. E’ dal 1954 che svolgiamo questo compito, in tutti questi anni abbiamo acquisito molta esperienza in tal senso. Il rispetto della persona, ma anche della salma, per noi hanno un’importanza fondamentale». E se i vigili intervengono sempre per salvare la vita degli altri, tanto impegno a volte si paga anche con la propria vita.  E’ il caso di Alfonso Parisi, di Reggio Calabria, vigile del fuoco sommozzatore medaglia d’oro al valor civile. La sua storia sembra tratta da un romanzo e invece è vera. Ecco la motivazione del Quirinale sul conferimento della medaglia: «con sprezzo del pericolo e noncurante della propria incolumità, si immergeva in una pericolosa zona di mare al fine di effettuare il recupero di un subacqueo scomparso in una grotta a notevole profondità. Giunto sul fondo, nonostante venisse dissuaso da altro sommozzatore che, afferratolo, tentava di trattenerlo, non esitava, con estrema abnegazione, ad introdursi in uno stretto cunicolo, trovandovi la morte. Luminoso esempio di coraggio ed elevato senso del dovere spinti fino all'estremo sacrificio. Frazione Lazzaro di Motta S. Giovanni (Reggio Calabria), 12 luglio 1978». Ironia della sorte il corpo di Alfonso Parisi non fu mai ritrovato, ma la sua storia rispecchia l’impegno quotidiano dei vigili del fuoco. Non è un caso se l’inno non ufficiale del Corpo comincia così: «Salviam la vita agli altri il resto conta poco, il pompiere paura non ne ha». 

*pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 01.07.2012
L'addestramento
post pubblicato in Reportage, il 20 giugno 2012
Due allievi eseguono una serie di flessioni durante un corso per il conseguimento del brevetto di paracadutista
San Fili, il paese delle magare
post pubblicato in Reportage, il 10 giugno 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
Le streghe non abitano più qui. La magia è un ricordo, ma non troppo lontano. Fino a pochi anni fa c’era ancora chi viveva d’occultismo. Il mondo delle magare ora appartiene ad una doppia dimensione, un po’ leggendaria e un po’ storica. Perché ci si creda o no, le magare a San Fili ci furono davvero, tanto da spingere l’allora vescovo di Cosenza a intervenire per scacciare quelle donne. Ma se le streghe appartengono al passato, il presente è abitato da uno strano fantasma, quello della memoria. In questo piccolo centro conosciuto anche come «presepe vivente», si manifesta lungo i corsi d’acqua, come quello che attraversa il ponte delle Fiumicelle, un’antica struttura d’epoca romana che consente il passaggio sul torrente Emoli. Erbacce, abbandono e silenzio fanno da cornice a questo ponticello che andrebbe protetto e valorizzato. E invece no, ciò che è segno della propria identità, è dimenticato. O addirittura se ne impedisce l’accesso. Troppo impervia, infatti, è l’unica strada che conduce in questa zona dove un tempo si ritrovavano le lavandaie del paese o gli innamorati. Quella striscia di terreno scavata dalle piogge, colma di pietre e resa quasi intransitabile dalle buche, conduce ad un pensiero: nessun turista è atteso da queste parti e nessun progetto è in cantiere per accogliere turisti. 

Al quartiere Spirito Santo, il signor Francesco è seduto accanto al portone della chiesa dedicata a san Francesco di Paola, una struttura nata probabilmente come torre d’avvistamento e poi diventata luogo di culto. Il signor Francesco si guarda intorno. Il suo sguardo è quello di un uomo che, avendo percorso gran parte della vita, ne ha colto il senso. Ed ecco riapparire il fantasma della memoria tra i vicoli del quartiere: «Guarda lì - spiega - : il primo arco è stato realizzato prima del 1500. Il secondo, invece, è posteriore. Me lo ha detto un professore di Firenze, ma qui non fanno niente, niente, niente. Tra un po’ sparirà tutto». Un po’ di speranza viene da un gruppo di bambini che gioca lì vicino. Scherzano, si rincorrono, mentre la signora Ida entra in chiesa e fa da padrona di casa. Poi, indica l’immagine del Santo e comincia la recita di una preghiera a metà strada tra una litania e una filastrocca. Il quartiere dello Spirito Santo fa d’anticamera alla chiesa Madre, circondata da un gruppo di case per lo più abbandonate: «Le zone disabitate coincidono con i luoghi non raggiungibili dalle auto - spiega Geppino Rossi -. Chi abitava qui si è trasferito nelle zone residenziali di Frassino e Borghetto/Cozzi. A San Fili gli abitanti sono circa duemilaottocento. Intorno agli anni ’60 in duemila lasciarono il paese per raggiungere il Canada o la Germania. Gli anni ’90 registrarono un fenomeno inverso. In paese arrivarono un migliaio di persone provenienti da Cosenza. Il motivo? Il prezzo delle abitazioni nettamente più basso rispetto al capoluogo». 
Alla chiesa Madre, struttura del 1800, è legato un episodio sulle magare. Lo racconta Adele Esposito: «Il campanile fu costruito su indicazione di Ida Guarino, donna esperta di cabala e inviata in Calabria dal vescovo di Benevento. “Le magare sono tra noi – disse la donna al popolo – e abbiamo il dovere di scacciarle. Ma, per ciò che posso fare io o cento come me, non riusciremo mai a bonificare questo luogo da quelle creature del male. Ecco perché non costruiremo il campanile, ma una torre con campane benedette”. Iniziarono così i lavori, ma il costo fu così elevato che alla fine fu realizzata la torre ma non fu terminata la facciata della chiesa. Da allora non si ebbero più notizie di magare a San Fili». 

Dal silenzio delle case abbandonate ci si muove poi verso l’Airella, il corso del passeggio. All’imbrunire i giovani si riuniscono e si muovono a piccoli gruppi. Scherzano seduti sulle panchine o vicino a qualche lampione. La passeggiata prosegue fino alla vecchia stazione ferroviaria del 1914, ora sede di una pizzeria. In mezzo alla sede del vecchio tracciato ferroviario, riecco il fantasma della memoria. Una delle poche ferrovie a cremagliera, in Europa, non c’è più. «Essa non ha avuto, nel nostro Paese – spiega Nico Molino in un libro dedicato –, precedenti illustri. Raramente è dato di percorrere una linea tanto bella e pittoresca tra oliveti argentei ed incomparabili viste sul mare». Ma più che un fantasma questa sembra una tremenda magarìa (maledizione): avevamo una cosa unica, preziosa per il turismo, e l’abbiamo smantellata. In Calabria non è difficile dimostrare una spiccata abilità nel cancellare ciò che eravamo. Del resto non siamo nemmeno in grado di gestire il presente.
* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 10 giugno
La roccia come dimora
post pubblicato in Reportage, il 3 giugno 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO

La roccia è aggirata dai tornanti. Il primo, il secondo e poi un altro ancora fino in cima, a 650 metri sul livello del mare, tra le ripide pareti del Parco del Pollino. Qui tutto è roccia. I monti, le abitazioni, le grotte. Anche la Madonna ha deciso di scegliere la roccia come dimora. Tòn armòn (delle armi), l’appellativo della Vergine ha origine greche e vuol dire «delle grotte». Ed è da una pietra che nasce uno dei santuari più frequentati della Calabria. Lo scorso anno, tra luglio e agosto, i fedeli che hanno reso omaggio alla Madre di Dio sono stati quarantasettemila. Il santuario della Madonna delle Armi ha una caratteristica che lo distingue dalle altre strutture sacre del nostro Paese. Solo una manciata di luoghi di culto come i duomi di Milano e Pisa possiede questa caratteristica: «In pratica – spiega Luca Franzese, presidente della fondazione che gestisce il santuario – la proprietà non è della Chiesa, ma del popolo». E’ una storia antica che risale al 1517, quando il vescovo di Cassano, Marino Tomacelli, con bolla ufficiale donò il giuspatronato della chiesa alla universitas civium circlarii. «Qui tutto è possibile grazie alle offerte: le pulizie, l’acquisto dei mobili e delle campane, il sostentamento del custode. Le attività liturgiche e pastorali dipendono invece dal rettore nominato dal vescovo».


Il padrone di casa, in cima ai 1.100 metri del monte Sellaro, luogo su cui sorge il santuario, è Francesco Pistocchi. Il signor Francesco è un custode dal fare paterno. Per tutti, quel nome legato ai santi di Paola e Assisi, è semplicemente Ciccio. E’ Ciccio che custodisce da trent’anni, insieme alla sua famiglia, la pietra su cui apparve l’immagine achiropita (creata da mano non umana) della Vergine. In mezzo a quelle rocce ai confini con la Basilicata, il senso del sacro pervade ogni cosa. Se non dovesse bastare la religione ci pensa la natura a far percepire l’infinito. Basta affacciarsi dal santuario e guardare l’orizzonte che si perde tra cielo, mar Ionio e piana di Sibari. Se la giornata è serena la città di Rossano - quella di un’altra immagine achiropita della Madonna apparsa su una parete della cattedrale - sembra essere a un tiro di schioppo. Se una Donna ha scelto Cerchiara di Calabria come centro spirituale altre donne, invece, si occupano di una dimensione più umana ma non meno importante: il pane. A Cerchiara i panifici sono nove e tutti sono gestiti da donne. In questo lembo di Calabria c’è chi ha deciso di investire seriamente sulle proprie tradizioni. E’ lo stesso Comune a riconoscerlo: «Intorno al pane è sorto un piccolo interesse industriale che, è il caso di dire, dà “da mangiare” ad una cinquantina di persone che si sono inventate un posto di lavoro, valorizzando e monetizzando la tradizione popolare».

Il paese che fu Ducato dei Pignatelli, ogni anno è visitato da speleologi e amanti della montagna. Non è facile resistere al fascino dell’Abisso del Bifurto, una delle grotte più profonde del mondo. La cavità scende in verticale per 683 metri. Un’altra grotta, Serra del Gufo, con i suoi due chilometri di lunghezza è invece la più lunga della Calabria. In un’altra grotta ancora, quella delle Ninfe, le sorgenti hanno creato una piscina naturale di acqua calda: qui si formano dei fanghi con proprietà terapeutiche. Anche Antonia Arslan, autrice del romanzo “La masseria delle allodole”, restò affascinata da Cerchiara e dall’ospitalità dei suoi abitanti. Un suo pezzo uscì sul mensile di Avvenire, I Luoghi dell’infinito. La scrittrice d’origine armena conclude il suo racconto confessando di provarenostalgia per questa terra: «Perché partire? mi domando inquieta. Perché non restare, e annidarmi in questo tempo sospeso (…) e chiamare tutti per nome, lasciando le chiavi infilate nella porta di casa? E poi sparire tranquilla, abbracciata a una di queste forme di pane immense, calde, profumate? Com’è difficile accettare la nostalgia, quando si intreccia coi sogni». E’ dolce la nostalgia provata dalla Arslan. Più amara, probabilmente, la nostalgia di un calabrese dopo aver visitato questa zona della regione. E’ la nostalgia per una terra così bella da levare il fiato ma che nessuno, a parte casi isolati, ha mai preso a cuore. Vengono in mente luoghi comuni che in questo caso tanto comuni non sono: «Se una bellezza del genere l’avessero avuta al Nord, l’avrebbero trasformata in oro». E invece, da queste parti, la politica ha sempre lasciato tutto al suo destino o alla buona volontà di pochi. In tutti questi anni la fantasia di politici e comunicatori nostrani si è concentrata solo sui Bronzi di Riace che poi, a pensarci bene, calabresi non sono. E il resto del nostro patrimonio? Forse non era solo una stravaganza quando qualcuno, poco tempo fa, auspicava l’annessione dell’Alto Ionio alla Basilicata.

* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 3 giugno
Calabria albanese
post pubblicato in Reportage, il 27 maggio 2012
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO*

CIVITA - Ai confini della Calabria l’atmosfera non è più calabrese. Saranno le forme e i colori del massiccio del Pollino, più simili alle forme e ai colori delle Dolomiti che a quelli della Sila o dell’Aspromonte; saranno le tradizioni culturali di molti paesi che vivono ai piedi della grande montagna; ma da quelle parti la realtà ha un sapore diverso. A Civita, per esempio, quella realtà ha i colori, la cucina e la storia dell’Albania. Una storia legata indissolubilmente ad un uomo, Giorgio Kastriota Skanderbeg, il cui mezzobusto campeggia fiero poco prima della piazza principale. Il dialetto, da quelle parti, è una lingua: l’arbereshe. Anche la religione, la fede in Cristo, si svolge in una dimensione diversa. Gli arbereshe sono cattolici, ma seguono il rito greco bizantino. 
A Civita, il tempo, sembra essersi fermato. Le abitazioni sono ancora quelle d’inizio secolo, l’edilizia che a partire dagli anni ‘80 ha trasformato il paesaggio un po’ ovunque, qui fa solo qualche timida apparizione. Ma la sensazione di tempo sospeso dipende anche dal silenzio che avvolge il paese. Non è assenza di suono. E’ quel silenzio che in città non si trova nemmeno in chiesa. E’ un silenzio riempito dal vento che soffia tra gli alberi, dal canto del gallo che proviene da lontano. Ogni tanto il rumore di un’Ape-car dona un po’ di ritmo agli altri suoni apparentemente disordinati. E poi, a pensarci bene, il silenzio di Civita è dovuto all’assenza dei giovani. Gli abitanti di questo piccolo comune sono circa novecento e fra questi circa quattrocento sono anziani. «Guardati intorno – dice Stefania Emmanuele, ex assessore comunale –, vedi ragazzi? Vedi donne?».Giuseppe Pitrelli è originario di Castroregio, ha vissuto per qualche anno a Cosenza («come si stava bene a Cosenza»), ma da trent’anni vive a Civita: «L’ho fatto per amore, mia moglie è di qui. Per questo ho fatto il pendolare, per circa trent’anni il mio tragitto è stato Civita-Rende-Rende-Civita». Anche il signor Pitrelli ritorna sull’assenza dei giovani: «Sono sparsi tra Roma, Bologna e Cosenza. Studiano fuori e sperano di rimanerci. Io li chiamo i pendolari del venerdì perché il fine settimana li rivedi in piazza». 
Stefania e Giuseppe sono seduti al tavolino di un bar. Parlano con orgoglio delle antiche tradizioni che si ripetono ancora oggi e dell’aroma di lentisco bruciato che si propaga durante la festa delle Vallje, subito dopo Pasqua. «Ti ricordi che successo nel 2006? – dice Stefania rivolgendosi a Giuseppe -, Civita fu invasa dai turisti, per l’occasione fu invitato anche Giorgio Mastrota. Quell’anno la competizione con la vicina Frascineto era palpabile. Bloccavano i bus prima che arrivassero da noi per dirottarli alla loro festa. Che peccato: due paesi festeggiano lo stesso evento a cinque chilometri di distanza eppure non si riesce ad organizzare un appuntamento comune». Da queste parti il senso di aggregazione non sempre emerge. Stefania Emmanuele ha grinta da vendere, la sua energia è pari a quella di un gruppo di persone, ma non basta. Per restare alle Vallje, ad esempio, c’è da dire che siamo arrivati alla 542° edizione. «E’ una festa che andrebbe istituzionalizzata e invece le istituzioni la ignorano. Mi chiedo: di chi è la responsabilità di tale inerzia, del Comune o della Regione?». Intanto un gruppo di privati ha deciso di non attendere l’immobilismo dei politici. L’associazione Kamastra ha chiesto che ballo e musica arbereshe entrino a far parte del patrimonio immateriale dell’Unesco. E sempre dall’iniziativa privata nascono due importati realtà come il Museo etnico arbereshe e la rivista Katundi Yne (Paese nostro), entrambe legate alla persona di Demetrio Emmanuele. Il giornale, trimestrale scritto in italiano e arbereshe, è una delle riviste più longeve dell’arberia e, probabilmente, della Calabria. Il primo foglio uscì nel 1970 e da allora la pubblicazione non ha subito pause. 
La spinta che proviene dal basso non è solo culturale. A Civita ci si rimbocca le maniche anche dal punto divista della ricettività. Manca un hotel, è vero, ma la presenza di ben dodici bed and breakfast è un caso unico nell’area del Pollino. Soffrono, invece, le attività del Centro d’interpretazione e il Raga shop, entrambi nati per aiutare i turisti a conoscere meglio le gole del Raganello. «Sono il responsabile scientifico del Centro – afferma Stefania Emmanuele -, ma occorre un regolamento comunale che ne disciplini le attività. Senza regole è difficile pianificare e progredire». Il paese che diede i natali al giurista Costantino Mortati (a ricordarlo solo una targa sulla porta di casa),fa parte della rete europea degli ecomusei: «Basta visitarci, qui tutto parladi noi».
* pubblicato sul Quotidiano della Calabria del 27 maggio
Non sine lumine
post pubblicato in Scatti, il 23 maggio 2012
Anche questa mattina il cielo è grigio, coperto da grandi nuvole spinte dal vento. Il mondo sembra cambiare di continuo. Un momento è tutto cupo e il momento dopo è luminoso. Il sole gioca con le nuvole, ma sembrano loro ad avere il comando. La luce modella la realtà, ma solo grazie allo spazio concesso dalle nuvole.
Luci ed ombre
post pubblicato in Scatti, il 21 maggio 2012
E' proprio vero. Non serve viaggiare per trovare situazioni insolite. Non esiste un giardino segreto dove trovare lo scatto giusto. Basta essere attenti e curiosi, perché il paesaggio è anche quello che si vede da una delle finestre di casa.
La fine del mondo
post pubblicato in Scatti, il 5 maggio 2012
Sapevo della super luna, per questo sono uscito di casa con largo anticipo. Non solo per essere puntuale all'appuntamento col satellite, ma anche perché il pomeriggio è cominciato con strani segni nel cielo. Beh, strani, si trattava solo di nuvole, ma questa volta erano nuvole diverse, più uniche che rare. Almeno dalle mie parti.
Moonlight shadow
post pubblicato in Diario, il 5 maggio 2012
L'ho attesa per un'ora. Ho scelto il luogo in cui aspettare e il monte da cui sarebbe spuntata in tutta la sua bellezza. Tutto invano. Si è fatta attendere come una donna ad un appuntamento. Non sono riuscito a fotografarla come avrei voluto. Si è fatta trovare mezz'ora dopo, a casa, coperta dalle nuvole e quando ormai il cielo era diventato nero. L'importante è averla trovata, la super luna del 2012 (la più grande e luminosa luna piena dell'anno), anche se i modi e tempi di questo incontro non sono stati quelli delle previsioni.
Luce cosentina
La prospettiva è trita e ritrita. E' Cosenza vista da via delle Cappuccinelle. La luce, però, ha un potere magico, tanto da far sembrare lo stesso posto ogni volta diverso. Potere della luce, forza della fotografia. E' grazie alla fotografica che si può catturare non tanto la luce in se, quanto l'atmosfera di un momento. E' grazie al ricordo dell'atmosfera che alcuni momenti del passato sembrano rivivere nella nostra mente. La costruzione della memoria e, quindi, del cuore, dipendono anche da una fotografia.
La domenica vista dalla finestra
post pubblicato in Diario, il 16 aprile 2012
Domenica burrascosa. Pioggia e forte vento. Uscire è roba da coraggiosi, un po' come la domenica di Pasqua a Paola. Ed allora non resta che guardare la vita dalla finestra della propria camera, approfittando di un breve momento di sole.
La giostra incantata
post pubblicato in Scatti, il 15 aprile 2012
Il mare visto dal balcone
post pubblicato in Scatti, il 9 aprile 2012
Oggi, la santa Pasqua, è stata segnata dal cattivo tempo. Un meteo più appropriato al Venerdì di passione che ad una festa. Lo stesso meteo che ha costretto molti calabresi a restare a casa. Poco male. Perché per assistere al fascino della vita, a volte, basta solo affacciarsi dal balcone di casa.
www.nikonphotographers.it
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2012
Ecco una nuova pagina con alcuni dei miei scatti. La piattaforma che la ospita è di Nikon Italia (Nital) http://www.nikonphotographers.it/massimilianopalumbo
Sila rossa
post pubblicato in Scatti, il 9 marzo 2012
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