|
Giro di Calabria (con uno sguardo diverso)
Sleeping satellite
post pubblicato in Scatti, il 6 maggio 2012
La fine del mondo
post pubblicato in Scatti, il 5 maggio 2012
Sapevo della super luna, per questo sono uscito di casa con largo anticipo. Non solo per essere puntuale all'appuntamento col satellite, ma anche perché il pomeriggio è cominciato con strani segni nel cielo. Beh, strani, si trattava solo di nuvole, ma questa volta erano nuvole diverse, più uniche che rare. Almeno dalle mie parti.
Moonlight shadow
post pubblicato in Diario, il 5 maggio 2012
L'ho attesa per un'ora. Ho scelto il luogo in cui aspettare e il monte da cui sarebbe spuntata in tutta la sua bellezza. Tutto invano. Si è fatta attendere come una donna ad un appuntamento. Non sono riuscito a fotografarla come avrei voluto. Si è fatta trovare mezz'ora dopo, a casa, coperta dalle nuvole e quando ormai il cielo era diventato nero. L'importante è averla trovata, la super luna del 2012 (la più grande e luminosa luna piena dell'anno), anche se i modi e tempi di questo incontro non sono stati quelli delle previsioni.
Luce cosentina
La prospettiva è trita e ritrita. E' Cosenza vista da via delle Cappuccinelle. La luce, però, ha un potere magico, tanto da far sembrare lo stesso posto ogni volta diverso. Potere della luce, forza della fotografia. E' grazie alla fotografica che si può catturare non tanto la luce in se, quanto l'atmosfera di un momento. E' grazie al ricordo dell'atmosfera che alcuni momenti del passato sembrano rivivere nella nostra mente. La costruzione della memoria e, quindi, del cuore, dipendono anche da una fotografia.
La domenica vista dalla finestra
post pubblicato in Diario, il 16 aprile 2012
Domenica burrascosa. Pioggia e forte vento. Uscire è roba da coraggiosi, un po' come la domenica di Pasqua a Paola. Ed allora non resta che guardare la vita dalla finestra della propria camera, approfittando di un breve momento di sole.
La giostra incantata
post pubblicato in Scatti, il 15 aprile 2012
Il mare visto dal balcone
post pubblicato in Scatti, il 9 aprile 2012
Oggi, la santa Pasqua, è stata segnata dal cattivo tempo. Un meteo più appropriato al Venerdì di passione che ad una festa. Lo stesso meteo che ha costretto molti calabresi a restare a casa. Poco male. Perché per assistere al fascino della vita, a volte, basta solo affacciarsi dal balcone di casa.
www.nikonphotographers.it
post pubblicato in Diario, il 5 aprile 2012
Ecco una nuova pagina con alcuni dei miei scatti. La piattaforma che la ospita è di Nikon Italia (Nital) http://www.nikonphotographers.it/massimilianopalumbo
Sila rossa
post pubblicato in Scatti, il 9 marzo 2012
La prima stella della sera
post pubblicato in Diario, il 25 febbraio 2012
Volo radente
post pubblicato in Scatti, il 23 febbraio 2012
Tempesta di neve
post pubblicato in Scatti, il 15 febbraio 2012
Sulla cima di Monte Scuro, in Sila. Gli uomini dell'Aeronautica militare durante un corso di sopravvivenza.
Typhoon
post pubblicato in Scatti, il 14 febbraio 2012
Fiocco dopo fiocco
post pubblicato in Diario, il 14 febbraio 2012
Ricordi d'Africa (Eritrea)
post pubblicato in Diario, il 14 febbraio 2012
La mezza stagione
post pubblicato in Scatti, il 28 gennaio 2012
Neve anche a bassa quota
post pubblicato in Scatti, il 28 gennaio 2012
Prima che sia notte - 2
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2012
Prima che sia notte - 1
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2012
Alle porte dell'inverno
post pubblicato in Diario, il 5 dicembre 2011
http://www.youtube.com/watch?v=dsyB27-C2u4
L'Italia abita qui
post pubblicato in Reportage, il 25 ottobre 2011
La vita quotidiana all'interno del Quirinale
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 
L’autorità abita qui, sul secondo colle più alto di Roma. Abita qui da cinque secoli. Ha trovato dimora con i papi prima e con i re poi. Ora è il turno della Repubblica e del suo presidente. La sede dell’autorità è il palazzo del Quirinale. E pensare che tutto cominciò per un motivo molto umano, non legato all’alto concetto d’auctoritas. C’era bisogno di un luogo per sfuggire al caldo e all’umidità del Tevere; al pontefice serviva una residenza estiva. La scelta cadde su uno dei colli più alti di Roma, luogo ventilato e fresco. In principio fu una villa estiva comoda e bella che ben presto papa e corte vaticana la scelsero come sede permanente. Da allora l’edificio è cresciuto, la villa è poi diventata palazzo e dopo ancora cittadella, fortezza. Tutto cominciò nel 1583, con papa Gregorio XIII. Da allora non solo l’autorità, ma anche la storia ha dimorato in quei grandi saloni e lunghi corridoi arricchiti da quadri, statue, vasi, ampi tappeti e arazzi. Una storia a volte nobile e importante, altre volte bizzarra e molto comune, altre ancora legata al genio di architetti (come Ottaviano Mascarino e Ferdinado Fuga) e artisti (Pietro da Cortona, Domenico Fontana, Guido Reni). Una storia unica, perché «nessun altro palazzo al mondo possiede una rilevanza cronologica come quella del Quirinale», spiega Louis Godart, consigliere personale del presidente per la Conservazione del patrimonio artistico. Trenta i papi che si sono succeduti, da Gregorio XIII a Pio IX; sette i re, da Vittorio Emanuele II - che all’inizio rifiutava l’idea di vivere al Quirinale perché la considerava una «casa per preti» - a Umberto II, re di maggio. Dieci i capi dello Stato. Il primo fu Enrico De Nicola, l’ultimo Carlo Azeglio Ciampi. 

Il presidente in carica è l’undicesimo, Giorgio Napolitano, al Colle dal 15 maggio 2006. Il Quirinale è la casa del presidente, del genius loci, l’entità legata al luogo. Ma ora, più che in passato, è un genius loci dai modi signorili e autorevoli, a volte paterni, che incontri mentre esce dalla sua residenza e subito dopo partecipare ad importanti appuntamenti con ministri e alte cariche. E dopo ancora è possibile osservarlo insieme a ragazzini, studenti, attori, scienziati, militari. A dimostrazione che sul Colle l’istituzione si è fatta casa. Come si sente dire spesso, il «Quirinale casa degli italiani». Una casa che è anche simbolo. Anzi, più simboli, ma in questo caso simbolo dell’unità d’Italia. Lo dimostrano molte cose, a cominciare dal significato politico della Presidenza delle Repubblica. Il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale e Napolitano interviene sugli ampi temi che interessano il Paese, esercitando in modo discreto i poteri di moral suasion, cioè senza interferire sulle attività del Governo. Ma un altro aspetto è legato al concetto di unità d’Italia, forse poco evidente ai più. È la dimensione umana che si vive a Palazzo, dove lavorano fianco a fianco persone provenienti da tutto il Paese. E così capita di parlare col corazziere veneto oppure con quello siciliano o ancora scherzare insieme all’impiegato nativo della Capitale: «Ma se po’ lavorà così?». Sì, si può, perché quella del Quirinale è una società a parte, dove non solo «la paga è buona», ma vige anche una trama di rapporti per cui militari, funzionari, impiegati, giardinieri, cuochi, autisti e staffieri lavorano fianco a fianco facendo percepire il senso della res publica, della cosa pubblica. E non c’è bisogno di partecipare ad un Consiglio supremo di difesa per capirlo. Basta cominciare dal basso, dalle cucine, situate in una sorta di sotterraneo super tecnologico. In quelle sale il tempo la fa da padrone. 

Un po’ perché l’orario di lavoro salta sempre: 7.30 – 16, «in realtà sappiamo quando s’inizia e non quando si finisce», spiegano gli chef. Inoltre ogni azione deve essere ben coordinata, perché le pietanze devono essere servite alla giusta temperatura, e poi perché insieme ai cuochi lavorano i camerieri, attenti a sistemare il cibo a mo’ di forme artistiche. E poi i piatti, distanziati a 68,5 centimetri l’uno dall’altro. Alla precisione è accompagnata la fantasia. Spiega Fabrizio Boca, chef executive del Colle: «Per il capo dello Stato prepariamo piatti fissi, come gli gnocchi al giovedì o la pizza la domenica sera. Ma ci piace anche sperimentare. La domenica prepariamo dei menù che sottoponiamo al presidente Napoletano e alla signora Clio. Loro ascoltano e dicono la loro». I cuochi del Colle sono nove, quattro quelli che si occupano della cucina del presidente. Quando si pronuncia il nome Quirinale, il pensiero va subito al palazzo. In effetti si tratta di un edificio così ampio e complesso che la sua struttura può essere paragonata a quella di un quartiere, una città nella città. Si tratta di una struttura viva, in continuo movimento, che necessita di molte figure professionali per funzionare bene. Sono 800 le persone che vi lavorano, ma erano di più finché non sono arrivati - anche qui - i tagli per il contenimento dei costi. I servizi da assicurare sono molti. Per prima cosa la sicurezza, affidata al reggimento dei Corazzieri, reparto speciale dell’Arma dei carabinieri. Sono in servizio ventiquattro su ventiquattro e svolgono numerose attività. Quella di difesa personale del presidente, in giacca e cravatta. Se non fosse per la famigerata altezza (la statura richiesta è di minimo 190 centimetri), la loro sarebbe una presenza quasi invisibile, ma sempre attenta. Ogni corazziere è in grado di svolgere le funzioni di tiratore scelto, artificiere, cavaliere, maniscalco e motociclista. Ruoli diversi, in cui «il rispetto delle tradizioni si coniuga con la modernità dei mezzi» spiega il capitano Vitaliano Buti. 
Le parole dell’ufficiale trovano conferma tra le pareti della caserma intitolata al maggiore Alessandro Negri di Sanfront, comandante degli squadroni carabinieri durante la famosa carica di Pastrengo. La caserma, il cui edificio risale al VI secolo, si trova a qualche centinaio di metri dal Quirinale. Dall’ampio spiazzale, su cui campeggia il motto virtus in periculis firmior (il valore è più saldo nel pericolo), si possono poi raggiungere scuderia, selleria, maneggio coperto e il laboratorio dove sono realizzati su misura elmi e corazze. Ma c’è un altro laboratorio che rappresenta l’ennesimo vanto del Quirinale: è il laboratorio degli arazzi. Il palazzo custodisce un patrimonio di 260 tessuti pregiati che deve essere costantemente tutelato. Il laboratorio, nato nel 1996, si occupa proprio del restauro e della conservazione degli arazzi. Centouno sono i pezzi restaurati in quindici anni di attività e il tempo medio da dedicare a un grande arazzo è di 15mila ore di lavoro. Un’operazione delicata e paziente condotta da dodici persone. In pratica si tratta dell’eccellenza della categoria visto che gli arazzi del Quirinale sono tra i più antichi d’Europa. E sempre tra i più antichi del Vecchio continente sono i giardini, che precedono anche quelli di Versailles. L’estensione è notevole, quattro ettari, soltanto i prati coprono una superficie di 11mila metri quadrati. E’ una sorta di Eden che accoglie dagli ulivi cresciuti sulle rive del Giordano agli abeti della Scandinavia. Fantasia e simmetrie s’intrecciano grazie a viali di ghiaia e verdi siepi, statue e fontane, senza dimenticare altri primati, come il gigantesco platano di circa 400 anni e alto 40 metri. Ogni anno, il 2 giugno, quest’oasi nel cuore di Roma viene aperta al pubblico facendo registrare fino a 20mila visitatori. 
All’interno dei giardini è nascosto un elemento che incarna un ulteriore simbolo del Quirinale. Il Colle è la «sede dell’autorità», il «luogo della storia», la «casa degli italiani», ma il Palazzo è anche «museo», «luogo dell’archeologia». Infatti, attraverso una botola tecnologica ben mimetizzata con la ghiaia dei viali, è possibile ritornare indietro nel tempo facendo un balzo di venti secoli. Anni fa, in seguito ad alcuni lavori per dei condotti sotterranei, furono ritrovati resti di abitazioni risalenti al primo secolo dopo Cristo. Quei ritrovamenti sono diventati un sito archeologico ora custodito e protetto proprio dalla botola elettronica. I resti dell’antica Roma non sono altro che la testimonianza di una realtà cominciata ben prima, quando giardini, ville e palazzo ancora non esistevano. Al loro posto c’era un tempio dedicato al dio Quirinus. Da qui il nome Quirinale. Il ritrovamento archeologico pone un problema metodologico relativo al patrimonio storico del palazzo. Infatti, gli scavi non sono andati avanti. Tutto ciò per non intaccare i giardini, anch’essi eredità da tutelare. Lo stesso problema si pone, in pratica, in ogni angolo del Colle. L’edificio è il risultato di passaggi storici in cui ogni epoca, papa o re ha lasciato la sua traccia. Si pone quindi il quesito se recuperare i resti del passato o se rispettare la stratigrafia. Per il momento si è scelto di rispettare quest’ultima. Di fronte a tanta ricchezza, durante gli ultimi settennati, si è comunque scelta la strada di una sempre maggiore apertura al pubblico, dando così la possibilità ai cittadini di conoscere e vivere la «casa degli italiani» attraverso mostre, visite guidate e concerti. 
Va da sé che il Quirinale è molto più di una casa. E’ un luogo che per sua natura accoglie alte personalità e ospita momenti importanti per la vita del Paese, come ad esempio le consultazioni in caso di crisi di Governo. Sono diverse le figure professionali di supporto all’attività del presidente. C’è il segretario generale con i suoi vice e poi ci sono i consiglieri, sono queste le figure che ogni giorno si confrontano con Giorgio Napolitano, propongono, suggeriscono, «anche se ad emergere – comunque – è sempre la linea dettata dal capo dello Stato», spiega uno dei suoi collaboratori. Il presidente è coadiuvato anche nelle attività più quotidiane, come ad esempio lo smistamento della corrispondenza, la sistemazione dello studio, l’accoglienza degli ospiti o il più casalingo servire il caffè. E legate alla vita quotidiana e istituzionale del presidente ci sono Belfiore e Belsito, Napoli 1 e 2 , Livorno. Sono le auto presidenziali ribattezzate con nome proprio come si faceva una volta con i cavalli. Belfiore e Belsito sono le Lancia Flaminia usate dai presidenti il giorno del loro insediamento; Napoli 1 e 2 sono due Lancia Thesis, la prima usata da Napolitano per gli spostamenti quotidiani la seconda, invece, è la versione limousine. E infine Livorno, la Maserati donata da Montezemolo nel 2004 durante la presidenza Ciampi. Il Quirinale è tra i più alti colli romani ma è di certo l’istituzione più alta dello Stato italiano. L’altezza è così una costante, che coinvolge anche il Palazzo. Infatti, il Torrino su cui sventolano tre bandiere (quella italiana, quella europea e quella della Presidenza della Repubblica) non è solo il punto più elevato della struttura, ma è anche uno dei più alti della Capitale, un luogo verso cui guardare per orientarsi in caso di difficoltà o semplicemente per ammirare.
Il bosco magico
post pubblicato in Scatti, il 23 settembre 2011
Moonlight
post pubblicato in Scatti, il 23 settembre 2011
Illusioni di settembre
post pubblicato in Scatti, il 18 settembre 2011
Settembre
post pubblicato in Diario, il 14 settembre 2011
Senza veli
post pubblicato in Reportage, il 11 settembre 2011
Foto e testo di MASSIMILIANO PALUMBO

E’ un modo diverso di fare fotografia; diverso da quello che s’impara nei workshop o frequentando un fotoclub. Niente insegnanti, niente street e nessun panorama. Il soggetto? Modelle. La novità sta nel modo di fotografare. Una novità che in altre parti del Paese è una consuetudine ma che in Calabria è arrivata solo lo scorso anno grazie a Johnny Fusca e Emanuele Armentano. Questo approccio diverso si chiama model sharing, che vuol dire letteralmente «condivisione di modella o modello». E, in alcuni casi, la modella posa anche senza veli. La sessione di scatti funziona così: più fotografi hanno come soggetto una o più modelle. Vi partecipano sia professionisti che fotoamatori ed insieme mettono in comune idee e opinioni; si sperimentano tecniche. «Il model sharing – spiega Johnny Fusca - è diverso dai workshop: non c’è infatti un maestro che guida e insegna, ma ci si scambia informazioni e si sperimenta senza “paletti”». Cartier Bresson diceva: «Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore». Negli appuntamenti organizzati da questi giovani calabresi avviene anche qualcosa in più, perché «sono anche l’occasione per stare insieme e divertirsi. Si cerca sempre una buona fotografia, ma le nostre pause pranzo a volte durano tre ore», racconta Armentano. Durante una sessione fotografica è possibile incontrare fotografi con diverse esperienze. E’ il caso di Davide Zampino, cameraman di 23 anni. Davide è di Corigliano, lavora con le immagini ogni giorno, ma l’approccio alla fotografia è recente. «Scatto da pochissimo – racconta – e mi piace farlo portando sempre con me la reflex. Lo shooting insieme alla modella Viviana Boaru è un po’ un esordio col botto, perché non sempre un esordiente comincia dedicandosi a soggetti senza veli». E se Davide è alla sua prima esperienza, Michele De Santis ormai ne ha viste tante. Scatta da una vita, nel suo studio fotografico di Rende si occupa di fotografia pubblicitaria, «ma il model sharing è l’occasione per rivedere vecchi amici, per trascorrere un pomeriggio di fotografia e divertimento». E poi ci sono i fotoamatori evoluti, persone che fotografano da molto tempo, quasi come dei professionisti, ma che nella vita fanno tutt’altro. Giuseppe Greco è un impiegato, partecipa spesso a concorsi fotografici, ha una sua pagina su un famoso sito di modelle e la sua esperienza fotografica risale a quando si sviluppava ancora in bianco e nero. Un altro esempio è Luca Policastri, dentista. Eppure in Calabria è uno dei nomi più importanti della fotografia. Le sue immagini occupano spesso la prima pagina di molte riviste. Viviana scherza, sorride, gesticola con le mani e assume pose diverse. I fotografi le ronzano attorno come calabroni. Sembra una danza. La ragazza si muove con leggerezza e i fotografi seguono i suoi movimenti una volta avanzando verso di lei e un’altra indietreggiando. C’è chi abbassa la schiena, chi la rialza e chi si poggia su un ginocchio. Viviana si muove liberamente, sa cosa fare, ma i suoi gesti sono a volte interrotti dalle richieste dei fotografi: «Ferma un attimo, così. Bene, così. Ora spostati indietro, al sole. Puoi andare vicino al pianoforte? Ora puoi sederti?». La modella è ancora vestita ma dopo circa u’ora di scatti i veli cominciano a cadere. D’altronde l’invito a partecipare all’evento parlava chiaro: «nudo e glamour». Prima di cominciare Viviana mette le cose in chiaro: «Intorno a me voglio solo fotografi. La fotografia è allo stesso tempo arte e lavoro; i curiosi mi danno fastidio». La precisazione non è a caso. Qualche cliente dell’agriturismo il Vecchio Biroccio ha cercato di sbirciare. «Meglio evitare lo sguardo indiscreto di chi non capisce certe cose». «In Calabria – proseguono i due - il primo “ms” lo abbiamo portato noi nell'ottobre 2010 a Montalto Scalo, in provincia di Cosenza. La fotomodella era Consuelo Paola Taverniti (originaria del catanzarese). L'organizzazione di ogni incontro è suddivisa in più parti: la preparazione (individuazione della modella, viaggio, location, ospitalità, pubblicità, ecc.) e l’invito ai fotografi, che devono prenotarsi perché si tratta di eventi a numero chiuso. Oltre a Consuelo, hanno partecipato ai nostri eventi anche Nina Orlandi, Betty B, Carlotta De Bono e Deborah Vendola. E' stato organizzato uno sharing anche con la coriglianese Valentina Cropanise, uno dei volti nuovi e più apprezzati del settore. Abbiamo anche realizzato sharing di gruppo con modelle calabresi e pugliesi, senza per forza pescare tra le professioniste. Molti altri eventi sono stati realizzati in Puglia con gli amici Enzo Dell’Attimo e Gigi Samueli». Ad ogni incontro di model sharing partecipano sette o otto persone, «ma ci sono casi in cui siamo arrivati a dieci o dodici fotografi – spiegano Fusca e Armentano -. Il fenomeno è nuovo per la nostra regione, a differenza del centro-nord, dove ormai è una prassi nel settore. I fotografi provengono da Reggio Calabria, Lamezia, Taranto, Lecce e Cosenza (e provincia), ma abbiamo avuto segnali d’interesse anche da Crotone e dalla Basilicata. Un dettaglio curioso: non partecipa quasi mai nessuno da Corigliano, paradossalmente il luogo dove sono stati organizzati cinque sharing su otto».


Viviana è romena. E’ in Italia dal 2008. Fare il mestiere di modella è la vittoria nata da una sfida: « Cominciai nel 2007. Mi contattò un fotografo di Messina: credevo scherzasse e invece no, era sincero. All’inizio rifiutai perché mi dicevo: non sono in grado. Ma poi accettai, ora eccomi qui. Dopo aver fatto la manager in Romania, dopo essermi occupata di risorse umane in Italia, ora il mio lavoro è stare davanti agli obiettivi. E’ un po’ come partecipare alle riprese di un film ed esserne i protagonisti». Il lavoro prosegue e Michele De Santis aiuta Viviana a stringere i lacci del corpetto. Poi, a poco a poco, dopo aver scoperto le gambe Viviana scopre anche il seno. I capelli le scivolano sulle spalle mentre la stanza un po’ buia è illuminata da un raggio di sole che filtra dalla finestra. I fotografi giocano con la luce e con le forme della modella. I contrasti sono forti: nero e bianco, timidezza e sfrontatezza. Viviana cerca di nascondere l’imbarazzo sorridendo, facendo qualche battuta. I fotografi rispondono allo stesso modo. Il feeling è ormai saldo. Ma quanto costa partecipare ad un incontro di Model Sharing? Fusca: «nel resto del Paese il costo è di 70-100 euro, pranzo escluso. Qui da noi i costi sono limitati a 60 euro a persona, comprensivi del pranzo. Solitamente vi sono due sessioni da tre ore ciascuna: interni, esterni, a luce fissa e flash (dipende da quello che si vuol fare). Chi partecipa cerca sicuramente un tipo di fotografia (che va dal beauty al nudo) che qui da noi, per mentalità ancora un po’ ferma al palo, è abbastanza difficile da ritrovare». «E probabilmente – spiega Armentano – sempre legata alla questione mentalità è l’assenza delle fotografe. Solo una volta – ricorda – in occasione di un workshop sull’utilizzo delle luci nella fotografia fashion, tenuto dal maestro Arcangelo Ligato, prese parte anche una fotografa in erba. Le modelle, invece, arrivano da tutta Italia, soprattutto da Roma. Hanno partecipato però anche ragazze pugliesi o provenienti dell’Est Europa (Russia, Ucraina, Romania). Agli “sharing” vengono però spesso coinvolte una o più fotomodelle “emergenti”». Il prossimo appuntamento fotografico è all’inizio di ottobre e si può seguire l’attività anche su Facebook tramite il gruppo “Fotomodelle - anche aspiranti - e fotografi Tfcd – Tfp”. Sognare così di essere novelli Helmut Newton, anche solo per un giorno, può essere molto semplice. L’ultimo shooting si è svolto pochi giorni fa a Corigliano. La fotomodella era Viviana Boaru. Il numero dei fotografi variava. C’è chi è andato via prima e chi, invece, è giunto solo nel pomeriggio.

Tiro a segno, disciplina e destrezza
post pubblicato in Reportage, il 28 agosto 2011
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO

La definizione è precisa come un colpo che ha fatto centro: «Le nostre non sono armi, ma attrezzi sportivi». Marcello Pugliese è il medico della sezione cosentina di Tiro a segno e ci tiene a mettere le cose in chiaro: «La nostra è una disciplina nobile, uno sport antico e la violenza non ci appartiene». Il dottore è anche uno degli istruttori del Tsn-Cosenza, segue gli atleti che stanno muovendo i primi passi. Ha cominciato a praticare questo sport nel 1989. Anche i due figli, Dario e Marco, hanno seguito le orme del padre, ottenendo già ottimi risultati. E’ una questione di educazione. «Perché il tiro a segno è essenzialmente questo: formazione interiore, autocontrollo e rispetto dell’avversario». Anche il presidente della sezione cosentina, Antonio Macchione, sottolinea più volte questo aspetto: «Chi ci guarda dall’esterno pensa che qui s’insegna solo a sparare, invece non è così. In realtà insegniamo qual è il giusto atteggiamento da assumere quando s’impugna un’arma. La maggior parte degli incidenti si verifica proprio perché non si conoscono le armi». I due parlano di questo all’interno del poligono di viale Magna Grecia, nella sezione in cui si spara con le P10, le pistole ad aria compressa. L’atmosfera è carica di concentrazione, l’unico rumore è quello che proviene dalle pistole e dal carrello che trascina il bersaglio dall’atleta fino ad una distanza di dieci metri. Le linee di tiro sono 14, ma oggi ne sono impegnate solo quattro. L’attività estiva è ridotta, «ma durante l’anno è difficile trovare una corsia per potersi esercitare». Ad allenarsi in questo caldo pomeriggio estivo ci sono Marco Bombini, 34 anni, e il dottor Pugliese insieme ai due figli: Marco, 15 anni, e Dario, 10. Marco è vicecampione regionale, ha cominciato a praticare questo sport cinque anni fa: «Ho voluto proseguire la tradizione di mio padre», spiega durante un attimo di pausa. 

L’allenamento del giovane atleta comincia intorno alle 16 e termina alle 18.30, «per tre volte a settimana, studio permettendo», precisa invece papà Marcello. Dario è il fratello minore, spara da circa un mese, ma a differenza di Marco la sua passione è la carabina. L’allenamento è meccanico, ripetitivo. A chi è lontano da questa disciplina potrebbe sembrare addirittura noioso. Allo stesso tempo, però, quei movimenti ripetuti lentamente hanno un sapore quasi ascetico, un po’ come la preghiera del rosario: noiosa e ripetitiva solo per chi non la conosce davvero. Lo scopo degli esercizi è semplice quanto impegnativo: «Molti sport individuali – spiegano gli istruttori - hanno come fondamento l’agonismo fatto di aggressività, forza fisica, scontro diretto muscolare, astuzia e inganno. Il tiro a segno è invece una disciplina sportiva nella quale vengono messe alla prova, allenate e per questo rafforzate, qualità individuali quali la concentrazione, la pazienza, la destrezza, la capacità di controllare e gestire emozioni e pensieri, la capacità di soffrire e saper reagire, l’autostima e la fiducia per raggiungere l’appagamento integrale. La forte componente psicologica aiuta la formazione ed il miglioramento delle capacità individuali di concentrazione e autocontrollo. Il gesto atletico del "tirare" non richiede forza muscolare ma addirittura una completa assenza di tensione muscolare nel momento dello scatto. Insomma, tirare al bersaglio è un modo di parlare con sé stessi nell'attimo in cui il nostro occhio, corpo e cervello diventano un tutt’ uno per consentirci di centrare il bersaglio». Le parole degli istruttori sembrano concretizzarsi nei movimenti degli atleti durante il loro allenamento. Marco Bombini solleva la sua P10 all’altezza del volto; respira, chiude gli occhi, ma rinuncia e poggia lentamente la pistola sul banchetto che ha di fronte. Attende qualche secondo prima di sollevare di nuovo il braccio. Poi occhio e mirino si allineano, passano circa dieci secondi, qualche battito di ciglia e paff: il colpo è partito. Bersaglio centrato. E’ così per una, due, tre, quattro volte di fila. Poi Marco preme un pulsante posto sempre sul tavolino che gli sta di fronte e fa avvicinare il bersaglio. Lo studia per un po’, cerca di capire la dinamica dei tiri, come migliorare ancora. Marco spara da molti anni, ha cominciato esercitandosi con una pistola ad aria compressa nel giardino di casa. Ha ripreso l’attività lo scorso anno dopo una pausa di qualche anno. «Nonostante lo stop - racconta - mi sono ripreso alla grande, qualificandomi al settimo posto ai campionati nazionali». All’inizio dell’allenamento l’atleta spara indossando delle normali scarpe da tennis, ma poi decide di cambiarle. Ora ai suoi piedi c’è un paio di scarpe dalla suola più spessa e rigida. «Serve per evitare che il piede faccia dei movimenti che non deve». Marco si esercita quattro ore per tre volte a settimana. «Ma l’allenamento non si fa solo con la pistola. Si eseguono anche molti esercizi respiratori e di pesistica. Basti pensare che in una competizione alziamo il braccio almeno cento volte». 
Anche il dottor Pugliese si esercita davanti al bersaglio. E poi è un modo per seguire l’attività dei due giovani figli. Il medico porta dei tappi alle orecchie (servono per mantenere la concentrazione) e mette la mano sinistra dentro una cintura di colore verde (serve per evitare movimenti inopportuni). Sul volto ha una strana montatura a cui è attaccato un pezzo di plastica che gli copre l’occhio che non deve mirare. Poi anche lui allinea occhio, mente e braccio. Trattiene il respiro e puff. Anche il suo colpo è partito. Ma l’attività della sezione di Tiro a segno non si limita solo alle pistole ad aria compressa. Così il presidente Macchione: «Noi svolgiamo una duplice funzione: una pubblica e l’altra sportiva. Quella pubblica è destinata all’abilitazione e all’addestramento di tutti i non appartenenti ai corpi armati dello Stato (guardie giurate, polizia municipale e provinciale). Si effettuano anche gli esami per l’abilitazione al tiro per chi non ha fatto il militare. Per legge solo le sezioni di Tsn possono dare questa abilitazione rispetto agli altri poligoni di tiro. L’attività sportiva si divide in armi ad aria compressa e armi da fuoco. Con quelle ad aria compressa si può cominciare a sparare compiuti i dieci anni, presentando però un certificato generico d’idoneità. Con le armi da fuoco l’età sale a quattordici (all’interno del poligono e insieme ad un istruttore). Il costo di questa disciplina è alla portata di tutti. Si pagano sessantasette euro per l’iscrizione annuale e non c’è bisogno di acquistare armi, volendo si possono usare quelle messe a disposizione dal Tsn. Il Tiro a segno è lo sport che fa registrare il più basso indice di incidenti e a praticarlo, nella città dei Bruzi, sono in molti. Circa centoventi sono le persone che sparano «a fuoco». Appartengono a tutte le categorie sociali; molti sono i magistrati e gli avvocati. Nel complesso gli iscritti sono duecentotre, tra cui centosessantacinque frequentatori e trentotto agonisti. Gli iscritti d’obbligo, cioè le persone appartenenti alle polizie locali, sono mille e sessanta. In Calabria le sezioni di Tiro a segno nazionale sono tredici (Cosenza, Palmi, Reggio Calabria, Bagnara, Crotone, Roccella, Catanzaro, Castrovillari, Lamezia, Melito Porto Salvo, Pizzo, Rossano, Serra San Bruno). Questa disciplina è quella che ha dato all’Italia più successi in campo internazionale. E’ tra gli sport più antichi, basti pensare che le sezioni sparse sul territorio nazionale, così come quella di Reggio Calabria, sono state fondate da Giuseppe Garibaldi nel 1861. Tanti i numeri che ruotano intorno al Tsn, ma uno solo è il concetto: «Uno sport dove si esercita mente e corpo in un connubio indissolubile e perfetto: perché affina le proprie capacità di captare l’errore; perché è lo sport dove non c’è discriminazione fisica, dove tutti, grassi o magri, bassi o alti possono raggiungere l’apice senza essere mortificati da persone fisicamente più atletiche».
Sfoglia
aprile
|
|
|