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Giro di Calabria (con uno sguardo diverso)
La mezza stagione
post pubblicato in Scatti, il 28 gennaio 2012
Neve anche a bassa quota
post pubblicato in Scatti, il 28 gennaio 2012

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Prima che sia notte - 2
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2012

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Prima che sia notte - 1
post pubblicato in Diario, il 20 gennaio 2012

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Alle porte dell'inverno
post pubblicato in Diario, il 5 dicembre 2011
http://www.youtube.com/watch?v=dsyB27-C2u4











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L'Italia abita qui
post pubblicato in Reportage, il 25 ottobre 2011

La vita quotidiana all'interno del Quirinale


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


L’autorità abita qui, sul secondo colle più alto di Roma. Abita qui da cinque secoli. Ha trovato dimora con i papi prima e con i re poi. Ora è il turno della Repubblica e del suo presidente. La sede dell’autorità è il palazzo del Quirinale. E pensare che tutto cominciò per un motivo molto umano, non legato all’alto concetto d’auctoritas. C’era bisogno di un luogo per sfuggire al caldo e all’umidità del Tevere; al pontefice serviva una residenza estiva. La scelta cadde su uno dei colli più alti di Roma, luogo ventilato e fresco. In principio fu una villa estiva comoda e bella che ben presto papa e corte vaticana la scelsero come sede permanente. Da allora l’edificio è cresciuto, la villa è poi diventata palazzo e dopo ancora cittadella, fortezza. Tutto cominciò nel 1583, con papa Gregorio XIII. Da allora non solo l’autorità, ma anche la storia ha dimorato in quei grandi saloni e lunghi corridoi arricchiti da quadri, statue, vasi, ampi tappeti e arazzi. Una storia a volte nobile e importante, altre volte bizzarra e molto comune, altre ancora legata al genio di architetti (come Ottaviano Mascarino e Ferdinado Fuga) e artisti (Pietro da Cortona, Domenico Fontana, Guido Reni). Una storia unica, perché «nessun altro palazzo al mondo possiede una rilevanza cronologica come quella del Quirinale», spiega Louis Godart, consigliere personale del presidente per la Conservazione del patrimonio artistico. Trenta i papi che si sono succeduti, da Gregorio XIII a Pio IX; sette i re, da Vittorio Emanuele II - che all’inizio rifiutava l’idea di vivere al Quirinale perché la considerava una «casa per preti» - a Umberto II, re di maggio. Dieci i capi dello Stato. Il primo fu Enrico De Nicola, l’ultimo Carlo Azeglio Ciampi.

Il presidente in carica è l’undicesimo, Giorgio Napolitano, al Colle dal 15 maggio 2006. Il Quirinale è la casa del presidente, del genius loci, l’entità legata al luogo. Ma ora, più che in passato, è un genius loci dai modi signorili e autorevoli, a volte paterni, che incontri mentre esce dalla sua residenza e subito dopo partecipare ad importanti appuntamenti con ministri e alte cariche. E dopo ancora è possibile osservarlo insieme a ragazzini, studenti, attori, scienziati, militari. A dimostrazione che sul Colle l’istituzione si è fatta casa. Come si sente dire spesso, il «Quirinale casa degli italiani». Una casa che è anche simbolo. Anzi, più simboli, ma in questo caso simbolo dell’unità d’Italia. Lo dimostrano molte cose, a cominciare dal significato politico della Presidenza delle Repubblica. Il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale e Napolitano interviene sugli ampi temi che interessano il Paese, esercitando in modo discreto i poteri di moral suasion, cioè senza interferire sulle attività del Governo. Ma un altro aspetto è legato al concetto di unità d’Italia, forse poco evidente ai più. È la dimensione umana che si vive a Palazzo, dove lavorano fianco a fianco persone provenienti da tutto il Paese. E così capita di parlare col corazziere veneto oppure con quello siciliano o ancora scherzare insieme all’impiegato nativo della Capitale: «Ma se po’ lavorà così?». Sì, si può, perché quella del Quirinale è una società a parte, dove non solo «la paga è buona», ma vige anche una trama di rapporti per cui militari, funzionari, impiegati, giardinieri, cuochi, autisti e staffieri lavorano fianco a fianco facendo percepire il senso della res publica, della cosa pubblica. E non c’è bisogno di partecipare ad un Consiglio supremo di difesa per capirlo. Basta cominciare dal basso, dalle cucine, situate in una sorta di sotterraneo super tecnologico. In quelle sale il tempo la fa da padrone.



Un po’ perché l’orario di lavoro salta sempre: 7.30 – 16, «in realtà sappiamo quando s’inizia e non quando si finisce», spiegano gli chef. Inoltre ogni azione deve essere ben coordinata, perché le pietanze devono essere servite alla giusta temperatura, e poi perché insieme ai cuochi lavorano i camerieri, attenti a sistemare il cibo a mo’ di forme artistiche. E poi i piatti, distanziati a 68,5 centimetri l’uno dall’altro. Alla precisione è accompagnata la fantasia. Spiega Fabrizio Boca, chef executive del Colle: «Per il capo dello Stato prepariamo piatti fissi, come gli gnocchi al giovedì o la pizza la domenica sera. Ma ci piace anche sperimentare. La domenica prepariamo dei menù che sottoponiamo al presidente Napoletano e alla signora Clio. Loro ascoltano e dicono la loro». I cuochi del Colle sono nove, quattro quelli che si occupano della cucina del presidente. Quando si pronuncia il nome Quirinale, il pensiero va subito al palazzo. In effetti si tratta di un edificio così ampio e complesso che la sua struttura può essere paragonata a quella di un quartiere, una città nella città. Si tratta di una struttura viva, in continuo movimento, che necessita di molte figure professionali per funzionare bene. Sono 800 le persone che vi lavorano, ma erano di più finché non sono arrivati - anche qui - i tagli per il contenimento dei costi. I servizi da assicurare sono molti. Per prima cosa la sicurezza, affidata al reggimento dei Corazzieri, reparto speciale dell’Arma dei carabinieri. Sono in servizio ventiquattro su ventiquattro e svolgono numerose attività. Quella di difesa personale del presidente, in giacca e cravatta. Se non fosse per la famigerata altezza (la statura richiesta è di minimo 190 centimetri), la loro sarebbe una presenza quasi invisibile, ma sempre attenta. Ogni corazziere è in grado di svolgere le funzioni di tiratore scelto, artificiere, cavaliere, maniscalco e motociclista. Ruoli diversi, in cui «il rispetto delle tradizioni si coniuga con la modernità dei mezzi» spiega il capitano Vitaliano Buti.


Le parole dell’ufficiale trovano conferma tra le pareti della caserma intitolata al maggiore Alessandro Negri di Sanfront, comandante degli squadroni carabinieri durante la famosa carica di Pastrengo. La caserma, il cui edificio risale al VI secolo, si trova a qualche centinaio di metri dal Quirinale. Dall’ampio spiazzale, su cui campeggia il motto virtus in periculis firmior (il valore è più saldo nel pericolo), si possono poi raggiungere scuderia, selleria, maneggio coperto e il laboratorio dove sono realizzati su misura elmi e corazze. Ma c’è un altro laboratorio che rappresenta l’ennesimo vanto del Quirinale: è il laboratorio degli arazzi. Il palazzo custodisce un patrimonio di 260 tessuti pregiati che deve essere costantemente tutelato. Il laboratorio, nato nel 1996, si occupa proprio del restauro e della conservazione degli arazzi. Centouno sono i pezzi restaurati in quindici anni di attività e il tempo medio da dedicare a un grande arazzo è di 15mila ore di lavoro. Un’operazione delicata e paziente condotta da dodici persone. In pratica si tratta dell’eccellenza della categoria visto che gli arazzi del Quirinale sono tra i più antichi d’Europa. E sempre tra i più antichi del Vecchio continente sono i giardini, che precedono anche quelli di Versailles. L’estensione è notevole, quattro ettari, soltanto i prati coprono una superficie di 11mila metri quadrati. E’ una sorta di Eden che accoglie dagli ulivi cresciuti sulle rive del Giordano agli abeti della Scandinavia. Fantasia e simmetrie s’intrecciano grazie a viali di ghiaia e verdi siepi, statue e fontane, senza dimenticare altri primati, come il gigantesco platano di circa 400 anni e alto 40 metri. Ogni anno, il 2 giugno, quest’oasi nel cuore di Roma viene aperta al pubblico facendo registrare fino a 20mila visitatori.


All’interno dei giardini è nascosto un elemento che incarna un ulteriore simbolo del Quirinale. Il Colle è la «sede dell’autorità», il «luogo della storia», la «casa degli italiani», ma il Palazzo è anche «museo», «luogo dell’archeologia». Infatti, attraverso una botola tecnologica ben mimetizzata con la ghiaia dei viali, è possibile ritornare indietro nel tempo facendo un balzo di venti secoli. Anni fa, in seguito ad alcuni lavori per dei condotti sotterranei, furono ritrovati resti di abitazioni risalenti al primo secolo dopo Cristo. Quei ritrovamenti sono diventati un sito archeologico ora custodito e protetto proprio dalla botola elettronica. I resti dell’antica Roma non sono altro che la testimonianza di una realtà cominciata ben prima, quando giardini, ville e palazzo ancora non esistevano. Al loro posto c’era un tempio dedicato al dio Quirinus. Da qui il nome Quirinale. Il ritrovamento archeologico pone un problema metodologico relativo al patrimonio storico del palazzo. Infatti, gli scavi non sono andati avanti. Tutto ciò per non intaccare i giardini, anch’essi eredità da tutelare. Lo stesso problema si pone, in pratica, in ogni angolo del Colle. L’edificio è il risultato di passaggi storici in cui ogni epoca, papa o re ha lasciato la sua traccia. Si pone quindi il quesito se recuperare i resti del passato o se rispettare la stratigrafia. Per il momento si è scelto di rispettare quest’ultima. Di fronte a tanta ricchezza, durante gli ultimi settennati, si è comunque scelta la strada di una sempre maggiore apertura al pubblico, dando così la possibilità ai cittadini di conoscere e vivere la «casa degli italiani» attraverso mostre, visite guidate e concerti.


Va da sé che il Quirinale è molto più di una casa. E’ un luogo che per sua natura accoglie alte personalità e ospita momenti importanti per la vita del Paese, come ad esempio le consultazioni in caso di crisi di Governo. Sono diverse le figure professionali di supporto all’attività del presidente. C’è il segretario generale con i suoi vice e poi ci sono i consiglieri, sono queste le figure che ogni giorno si confrontano con Giorgio Napolitano, propongono, suggeriscono, «anche se ad emergere – comunque – è sempre la linea dettata dal capo dello Stato», spiega uno dei suoi collaboratori. Il presidente è coadiuvato anche nelle attività più quotidiane, come ad esempio lo smistamento della corrispondenza, la sistemazione dello studio, l’accoglienza degli ospiti o il più casalingo servire il caffè. E legate alla vita quotidiana e istituzionale del presidente ci sono Belfiore e Belsito, Napoli 1 e 2 , Livorno. Sono le auto presidenziali ribattezzate con nome proprio come si faceva una volta con i cavalli. Belfiore e Belsito sono le Lancia Flaminia usate dai presidenti il giorno del loro insediamento; Napoli 1 e 2 sono due Lancia Thesis, la prima usata da Napolitano per gli spostamenti quotidiani la seconda, invece, è la versione limousine. E infine Livorno, la Maserati donata da Montezemolo nel 2004 durante la presidenza Ciampi. Il Quirinale è tra i più alti colli romani ma è di certo l’istituzione più alta dello Stato italiano. L’altezza è così una costante, che coinvolge anche il Palazzo. Infatti, il Torrino su cui sventolano tre bandiere (quella italiana, quella europea e quella della Presidenza della Repubblica) non è solo il punto più elevato della struttura, ma è anche uno dei più alti della Capitale, un luogo verso cui guardare per orientarsi in caso di difficoltà o semplicemente per ammirare.


Il bosco magico
post pubblicato in Scatti, il 23 settembre 2011

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Moonlight
post pubblicato in Scatti, il 23 settembre 2011

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Illusioni di settembre
post pubblicato in Scatti, il 18 settembre 2011



Break
post pubblicato in On the road, il 17 settembre 2011

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Settembre
post pubblicato in Diario, il 14 settembre 2011
Tuffo pomeridiano



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Senza veli
post pubblicato in Reportage, il 11 settembre 2011
Foto e testo di MASSIMILIANO PALUMBO



E’ un modo diverso di fare fotografia; diverso da quello che s’impara nei workshop o frequentando un fotoclub. Niente insegnanti, niente street e nessun panorama. Il soggetto? Modelle. La novità sta nel modo di fotografare. Una novità che in altre parti del Paese è una consuetudine ma che in Calabria è arrivata solo lo scorso anno grazie a Johnny Fusca e Emanuele Armentano. Questo approccio diverso si chiama model sharing, che vuol dire letteralmente «condivisione di modella o modello». E, in alcuni casi, la modella posa anche senza veli. La sessione di scatti funziona così: più fotografi hanno come soggetto una o più modelle. Vi partecipano sia professionisti che fotoamatori ed insieme mettono in comune idee e opinioni; si sperimentano tecniche. «Il model sharing – spiega Johnny Fusca - è diverso dai workshop: non c’è infatti un maestro che guida e insegna, ma ci si scambia informazioni e si sperimenta senza “paletti”». Cartier Bresson diceva: «Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore». Negli appuntamenti organizzati da questi giovani calabresi avviene anche qualcosa in più, perché «sono anche l’occasione per stare insieme e divertirsi. Si cerca sempre una buona fotografia, ma le nostre pause pranzo a volte durano tre ore», racconta Armentano.

Durante una sessione fotografica è possibile incontrare fotografi con diverse esperienze. E’ il caso di Davide Zampino, cameraman di 23 anni. Davide è di Corigliano, lavora con le immagini ogni giorno, ma l’approccio alla fotografia è recente. «Scatto da pochissimo – racconta – e mi piace farlo portando sempre con me la reflex. Lo shooting insieme alla modella Viviana Boaru è un po’ un esordio col botto, perché non sempre un esordiente comincia dedicandosi a soggetti senza veli». E se Davide è alla sua prima esperienza, Michele De Santis ormai ne ha viste tante. Scatta da una vita, nel suo studio fotografico di Rende si occupa di fotografia pubblicitaria, «ma il model sharing è l’occasione per rivedere vecchi amici, per trascorrere un pomeriggio di fotografia e divertimento». E poi ci sono i fotoamatori evoluti, persone che fotografano da molto tempo, quasi come dei professionisti, ma che nella vita fanno tutt’altro. Giuseppe Greco è un impiegato, partecipa spesso a concorsi fotografici, ha una sua pagina su un famoso sito di modelle e la sua esperienza fotografica risale a quando si sviluppava ancora in bianco e nero. Un altro esempio è Luca Policastri, dentista. Eppure in Calabria è uno dei nomi più importanti della fotografia. Le sue immagini occupano spesso la prima pagina di molte riviste.

Viviana scherza, sorride, gesticola con le mani e assume pose diverse. I fotografi le ronzano attorno come calabroni. Sembra una danza. La ragazza si muove con leggerezza e i fotografi seguono i suoi movimenti una volta avanzando verso di lei e un’altra indietreggiando. C’è chi abbassa la schiena, chi la rialza e chi si poggia su un ginocchio. Viviana si muove liberamente, sa cosa fare, ma i suoi gesti sono a volte interrotti dalle richieste dei fotografi: «Ferma un attimo, così. Bene, così. Ora spostati indietro, al sole. Puoi andare vicino al pianoforte? Ora puoi sederti?». La modella è ancora vestita ma dopo circa u’ora di scatti i veli cominciano a cadere. D’altronde l’invito a partecipare all’evento parlava chiaro: «nudo e glamour». Prima di cominciare Viviana mette le cose in chiaro: «Intorno a me voglio solo fotografi. La fotografia è allo stesso tempo arte e lavoro; i curiosi mi danno fastidio». La precisazione non è a caso. Qualche cliente dell’agriturismo il Vecchio Biroccio ha cercato di sbirciare. «Meglio evitare lo sguardo indiscreto di chi non capisce certe cose».

«In Calabria – proseguono i due - il primo “ms” lo abbiamo portato noi nell'ottobre 2010 a Montalto Scalo, in provincia di Cosenza. La fotomodella era Consuelo Paola Taverniti (originaria del catanzarese). L'organizzazione di ogni incontro è suddivisa in più parti: la preparazione (individuazione della modella, viaggio, location, ospitalità, pubblicità, ecc.) e l’invito ai fotografi, che devono prenotarsi perché si tratta di eventi a numero chiuso. Oltre a Consuelo, hanno partecipato ai nostri eventi anche Nina Orlandi, Betty B, Carlotta De Bono e Deborah Vendola. E' stato organizzato uno sharing anche con la coriglianese Valentina Cropanise, uno dei volti nuovi e più apprezzati del settore. Abbiamo anche realizzato sharing di gruppo con modelle calabresi e pugliesi, senza per forza pescare tra le professioniste. Molti altri eventi sono stati realizzati in Puglia con gli amici Enzo Dell’Attimo e Gigi Samueli». 
Ad ogni incontro di model sharing partecipano sette o otto persone, «ma ci sono casi in cui siamo arrivati a dieci o dodici fotografi – spiegano Fusca e Armentano -. Il fenomeno è nuovo per la nostra regione, a differenza del centro-nord, dove ormai è una prassi nel settore. I fotografi provengono da Reggio Calabria, Lamezia, Taranto, Lecce e Cosenza (e provincia), ma abbiamo avuto segnali d’interesse anche da Crotone e dalla Basilicata. Un dettaglio curioso: non partecipa quasi mai nessuno da Corigliano, paradossalmente il luogo dove sono stati organizzati cinque sharing su otto».




Viviana è romena. E’ in Italia dal 2008. Fare il mestiere di modella è la vittoria nata da una sfida: « Cominciai nel 2007. Mi contattò un fotografo di Messina: credevo scherzasse e invece no, era sincero. All’inizio rifiutai perché mi dicevo: non sono in grado. Ma poi accettai, ora eccomi qui. Dopo aver fatto la manager in Romania, dopo essermi occupata di risorse umane in Italia, ora il mio lavoro è stare davanti agli obiettivi. E’ un po’ come partecipare alle riprese di un film ed esserne i protagonisti». Il lavoro prosegue e Michele De Santis aiuta Viviana a stringere i lacci del corpetto. Poi, a poco a poco, dopo aver scoperto le gambe Viviana scopre anche il seno. I capelli le scivolano sulle spalle mentre la stanza un po’ buia è illuminata da un raggio di sole che filtra dalla finestra. I fotografi giocano con la luce e con le forme della modella. I contrasti sono forti: nero e bianco, timidezza e sfrontatezza. Viviana cerca di nascondere l’imbarazzo sorridendo, facendo qualche battuta. I fotografi rispondono allo stesso modo. Il feeling è ormai saldo. Ma quanto costa partecipare ad un incontro di Model Sharing? Fusca: «nel resto del Paese il costo è di 70-100 euro, pranzo escluso. Qui da noi i costi sono limitati a 60 euro a persona, comprensivi del pranzo. Solitamente vi sono due sessioni da tre ore ciascuna: interni, esterni, a luce fissa e flash (dipende da quello che si vuol fare). Chi partecipa cerca sicuramente un tipo di fotografia (che va dal beauty al nudo) che qui da noi, per mentalità ancora un po’ ferma al palo, è abbastanza difficile da ritrovare». «E probabilmente – spiega Armentano – sempre legata alla questione mentalità è l’assenza delle fotografe. Solo una volta – ricorda – in occasione di un workshop sull’utilizzo delle luci nella fotografia fashion, tenuto dal maestro Arcangelo Ligato, prese parte anche una fotografa in erba. Le modelle, invece, arrivano da tutta Italia, soprattutto da Roma. Hanno partecipato però anche ragazze pugliesi o provenienti dell’Est Europa (Russia, Ucraina, Romania). Agli “sharing” vengono però spesso coinvolte una o più fotomodelle “emergenti”». Il prossimo appuntamento fotografico è all’inizio di ottobre e si può seguire l’attività anche su Facebook tramite il gruppo “Fotomodelle - anche aspiranti - e fotografi Tfcd – Tfp”. Sognare così di essere novelli Helmut Newton, anche solo per un giorno, può essere molto semplice. L’ultimo shooting si è svolto pochi giorni fa a Corigliano. La fotomodella era Viviana Boaru. Il numero dei fotografi variava. C’è chi è andato via prima e chi, invece, è giunto solo nel pomeriggio.



 

 

Tiro a segno, disciplina e destrezza
post pubblicato in Reportage, il 28 agosto 2011
testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


La definizione è precisa come un colpo che ha fatto centro: «Le nostre non sono armi, ma attrezzi sportivi». Marcello Pugliese è il medico della sezione cosentina di Tiro a segno e ci tiene a mettere le cose in chiaro: «La nostra è una disciplina nobile, uno sport antico e la violenza non ci appartiene». Il dottore è anche uno degli istruttori del Tsn-Cosenza, segue gli atleti che stanno muovendo i primi passi. Ha cominciato a praticare questo sport nel 1989. Anche i due figli, Dario e Marco, hanno seguito le orme del padre, ottenendo già ottimi risultati. E’ una questione di educazione. «Perché il tiro a segno è essenzialmente questo: formazione interiore, autocontrollo e rispetto dell’avversario». Anche il presidente della sezione cosentina, Antonio Macchione, sottolinea più volte questo aspetto: «Chi ci guarda dall’esterno pensa che qui s’insegna solo a sparare, invece non è così. In realtà insegniamo qual è il giusto atteggiamento da assumere quando s’impugna un’arma. La maggior parte degli incidenti si verifica proprio perché non si conoscono le armi». I due parlano di questo all’interno del poligono di viale Magna Grecia, nella sezione in cui si spara con le P10, le pistole ad aria compressa. L’atmosfera è carica di concentrazione, l’unico rumore è quello che proviene dalle pistole e dal carrello che trascina il bersaglio dall’atleta fino ad una distanza di dieci metri. Le linee di tiro sono 14, ma oggi ne sono impegnate solo quattro. L’attività estiva è ridotta, «ma durante l’anno è difficile trovare una corsia per potersi esercitare». Ad allenarsi in questo caldo pomeriggio estivo ci sono Marco Bombini, 34 anni, e il dottor Pugliese insieme ai due figli: Marco, 15 anni, e Dario, 10. Marco è vicecampione regionale, ha cominciato a praticare questo sport cinque anni fa: «Ho voluto proseguire la tradizione di mio padre», spiega durante un attimo di pausa. 


L’allenamento del giovane atleta comincia intorno alle 16 e termina alle 18.30, «per tre volte a settimana, studio permettendo», precisa invece papà Marcello. Dario è il fratello minore, spara da circa un mese, ma a differenza di Marco la sua passione è la carabina. L’allenamento è meccanico, ripetitivo. A chi è lontano da questa disciplina potrebbe sembrare addirittura noioso. Allo stesso tempo, però, quei movimenti ripetuti lentamente hanno un sapore quasi ascetico, un po’ come la preghiera del rosario: noiosa e ripetitiva solo per chi non la conosce davvero. Lo scopo degli esercizi è semplice quanto impegnativo: «Molti sport individuali – spiegano gli istruttori - hanno come fondamento l’agonismo fatto di aggressività, forza fisica, scontro diretto muscolare, astuzia e inganno. Il tiro a segno è invece una disciplina sportiva nella quale vengono messe alla prova, allenate e per questo rafforzate, qualità individuali quali la concentrazione, la pazienza, la destrezza, la capacità di controllare e gestire emozioni e pensieri, la capacità di soffrire e saper reagire, l’autostima e la fiducia per raggiungere l’appagamento integrale. La forte componente psicologica aiuta la formazione ed il miglioramento delle capacità individuali di concentrazione e autocontrollo. Il gesto atletico del "tirare" non richiede forza muscolare ma addirittura una completa assenza di tensione muscolare nel momento dello scatto. Insomma, tirare al bersaglio è un modo di parlare con sé stessi nell'attimo in cui il nostro occhio, corpo e cervello diventano un tutt’ uno per consentirci di centrare il bersaglio». Le parole degli istruttori sembrano concretizzarsi nei movimenti degli atleti durante il loro allenamento. Marco Bombini solleva la sua P10 all’altezza del volto; respira, chiude gli occhi, ma rinuncia e poggia lentamente la pistola sul banchetto che ha di fronte. Attende qualche secondo prima di sollevare di nuovo il braccio. Poi occhio e mirino si allineano, passano circa dieci secondi, qualche battito di ciglia e paff: il colpo è partito. Bersaglio centrato. E’ così per una, due, tre, quattro volte di fila. Poi Marco preme un pulsante posto sempre sul tavolino che gli sta di fronte e fa avvicinare il bersaglio. Lo studia per un po’, cerca di capire la dinamica dei tiri, come migliorare ancora. Marco spara da molti anni, ha cominciato esercitandosi con una pistola ad aria compressa nel giardino di casa. Ha ripreso l’attività lo scorso anno dopo una pausa di qualche anno. «Nonostante lo stop - racconta - mi sono ripreso alla grande, qualificandomi al settimo posto ai campionati nazionali». All’inizio dell’allenamento l’atleta spara indossando delle normali scarpe da tennis, ma poi decide di cambiarle. Ora ai suoi piedi c’è un paio di scarpe dalla suola più spessa e rigida. «Serve per evitare che il piede faccia dei movimenti che non deve». Marco si esercita quattro ore per tre volte a settimana. «Ma l’allenamento non si fa solo con la pistola. Si eseguono anche molti esercizi respiratori e di pesistica. Basti pensare che in una competizione alziamo il braccio almeno cento volte». 

Anche il dottor Pugliese si esercita davanti al bersaglio. E poi è un modo per seguire l’attività dei due giovani figli. Il medico porta dei tappi alle orecchie (servono per mantenere la concentrazione) e mette la mano sinistra dentro una cintura di colore verde (serve per evitare movimenti inopportuni). Sul volto ha una strana montatura a cui è attaccato un pezzo di plastica che gli copre l’occhio che non deve mirare. Poi anche lui allinea occhio, mente e braccio. Trattiene il respiro e puff. Anche il suo colpo è partito. Ma l’attività della sezione di Tiro a segno non si limita solo alle pistole ad aria compressa. Così il presidente Macchione: «Noi svolgiamo una duplice funzione: una pubblica e l’altra sportiva. Quella pubblica è destinata all’abilitazione e all’addestramento di tutti i non appartenenti ai corpi armati dello Stato (guardie giurate, polizia municipale e provinciale). Si effettuano anche gli esami per l’abilitazione al tiro per chi non ha fatto il militare. Per legge solo le sezioni di Tsn possono dare questa abilitazione rispetto agli altri poligoni di tiro. L’attività sportiva si divide in armi ad aria compressa e armi da fuoco. Con quelle ad aria compressa si può cominciare a sparare compiuti i dieci anni, presentando però un certificato generico d’idoneità. Con le armi da fuoco l’età sale a quattordici (all’interno del poligono e insieme ad un istruttore). Il costo di questa disciplina è alla portata di tutti. Si pagano sessantasette euro per l’iscrizione annuale e non c’è bisogno di acquistare armi, volendo si possono usare quelle messe a disposizione dal Tsn. Il Tiro a segno è lo sport che fa registrare il più basso indice di incidenti e a praticarlo, nella città dei Bruzi, sono in molti. Circa centoventi sono le persone che sparano «a fuoco». Appartengono a tutte le categorie sociali; molti sono i magistrati e gli avvocati. Nel complesso gli iscritti sono duecentotre, tra cui centosessantacinque frequentatori e trentotto agonisti. Gli iscritti d’obbligo, cioè le persone appartenenti alle polizie locali, sono mille e sessanta. In Calabria le sezioni di Tiro a segno nazionale sono tredici (Cosenza, Palmi, Reggio Calabria, Bagnara, Crotone, Roccella, Catanzaro, Castrovillari, Lamezia, Melito Porto Salvo, Pizzo, Rossano, Serra San Bruno). Questa disciplina è quella che ha dato all’Italia più successi in campo internazionale. E’ tra gli sport più antichi, basti pensare che le sezioni sparse sul territorio nazionale, così come quella di Reggio Calabria, sono state fondate da Giuseppe Garibaldi nel 1861. Tanti i numeri che ruotano intorno al Tsn, ma uno solo è il concetto: «Uno sport dove si esercita mente e corpo in un connubio indissolubile e perfetto: perché affina le proprie capacità di captare l’errore; perché è lo sport dove non c’è discriminazione fisica, dove tutti, grassi o magri, bassi o alti possono raggiungere l’apice senza essere mortificati da persone fisicamente più atletiche». 


Affondo nel blu
post pubblicato in Reportage, il 7 agosto 2011


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO



La lavagna nera appesa alla parete incute un po’ di timore; quel colore scuro fa venire in mente la profondità del mare, ma i sei nomi scritti col gesso ridanno la sicurezza smarrita: sarà il chiarore del bianco, sarà che ogni nome non è lì a caso. Ad ogni nome corrisponde un’attività e un’attrezzatura specifica; ogni nome è una persona e ogni persona non è sola, farà coppia con un altro sub. «In subacquea l’unità è la coppia. Non ci s’immerge mai soli». Lucio dice queste cose mentre stringe il polso destro di Francesco e Francesco stringe il polso destro di Lucio: «Quando si è sott’acqua questo è un vincolo, ma è anche un sistema di comunicazione», prosegue l’istruttore mentre spiega all’allievo come ci si passa l’erogatore in caso di difficoltà. Mai farsi prendere dal panico, la regola da seguire è una: «Fermati, respira. Pensa e agisci».

Francesco Vozza vuole diventare un sub, anche se ha già conseguito il brevetto di paracadutista civile, e ha già partecipato ad una serie di lezioni teoriche insieme a Lucio Meldolesi, direttore didattico dell’associazione Sub Aqua Diving. Oggi s’immergerà per la prima volta, ma non lo farà da solo. L’istruttore spiega in modo meticoloso la procedura da seguire e ripete fino alla nausea: «Mai da soli, mai da soli». Poi tranquillizza con tono paterno: «Il mare è un abbraccio, un ritorno al liquido amniotico del ventre materno». E ghignando, prosegue: «Una specie di passeggiata sulla Luna». Sul discorso tra mare e origini dell’uomo ritornano le parole lette qualche anno fa su un libro del fotografo Philip Plisson: «Non so per quale motivo siamo così legati al mare. Nonostante sia in perenne trasformazione, così come cambiano di continuo la luce e le stesse imbarcazioni, penso che tutti noi veniamo dal mare. E’ un curioso fenomeno biologico quello per cui nel sangue che scorre nelle nostre vene si trovi la medesima percentuale di sale presente negli oceani. Il sale è nel nostro sangue, nel nostro sudore e nelle nostre lacrime; siamo strettamente legati al mare e quando ritorniamo a lui, per solcare le sue acque e per contemplarlo, ritorniamo là da dove siamo venuti». Sono alcuni dei pensieri espressi da John Fitzgerald Kennedy in occasione dell’America’s Cup del 1962, ma oggi quel ritorno alle origini tocca a Francesco, accompagnato da Lucio e da altri tre sommozzatori: Alessia Siciliano, Daniela Signoretti e Francesco Perrone detto Frank, tre nomi che già da molti anni hanno stretto la loro amicizia con il mare. I tre hanno molta compagnia. Spiega Meldolesi: «La provincia di Cosenza ha il primato dei praticanti. Negli anni ritengo vi siano stati più di cinquemila brevettati, in tutta la regione circa diecimila». E in questo esercito di pinnati salta fuori una percentuale importante: «La subacquea è donna almeno per il 40%, anche se molte di loro si immergono occasionalmente. L'incremento è cominciato nel ’98. I motivi sono due. Il primo: consapevolezza sociale. Il secondo: La tipologia della disciplina, il contatto con un ambiente inusuale, interessante e per certi versi variopinto, la tranquillità e posatezza della moderna impostazione didattica, l’innovativa semplicità e la socializzazione che la subacquea offre».




Intanto Lucio e gli altri sub hanno lasciato la sede dell’associazione. Il mare li aspetta a Paola, alle cosiddette “T”. E’ un giorno fortunato, dopo un paio di settimane di mare mosso e sporco, finalmente l’acqua è pulita. Comincia così la prima fase: indossare l’attrezzatura in riva al mare, dalla muta alle bombole, dalla zavorra al gav, giubbetto ad assetto variabile. L’equipaggiamento di oggi sarà Ara, che vuol dire autorespiratore ad aria. I sub si vestono con leggerezza. Sorridono. Anche Lucio scherza, ma allo stesso tempo controlla che tutto sia in ordine. Terminata l’operazione, si entra nel vivo. Si ripetono brevemente le nozioni base, si praticano i primi esercizi di respirazione e poi giù, sott’acqua. Si scende di poco, oggi è il primo giorno di Francesco e il suo battesimo consisterà in una sorta di ambientamento. Bastano però pochi metri per capire che si è entrati in un altro mondo che esige rispetto e una forma particolare di contemplazione. Ritornano le parole di Meldolesi: «Una specie di passeggiata sulla Luna». Una passeggiata che porta a sfiorare il fondale con il petto, a muoversi insieme a piccoli branchi di piccoli pesci, a muovere un sasso e a trovare, purtroppo, un tappo di bottiglia. Basta quel piccolo pezzo di plastica di color giallo a far capire che il mare non è rispettato. Una preoccupazione confermata non solo dalle lunghe chiazze marroni che stanno rovinando l’estate dei vacanzieri calabresi, ma anche dall’esperienza pluriennale dei sub: «Il mare soffre per le attività antropiche. Alcuni indicatori biologici dimostrano sofferenza. E’ un vero peccato, un’attenzione ai depuratori e magari il monitoraggio di alcuni corsi d’acqua potrebbero essere determinanti al miglioramento della situazione. I valori degli inquinanti anche se nella norma o poco superiori, per il fruitore estivo vogliono dir poco, a far la differenza in negativo è però un mare con colore diverso dal blu». Il colore delle acque non è il solo problema: «Gli organismi marini non scoppiano di salute. Quello che i sommozzatori vedevano normalmente a venti metri nella metà degli anni ‘80 ora lo si vede a cinquanta. Il prelievo della pesca professionale, per anni poco selettiva oltre che quantitativamente insostenibile, nel lungo termine ha depauperato i fondali marini. Le attività antropiche sotto costa hanno contribuito al ridimensionamento/impoverimento di alcuni habitat». Ma non tutto è ancora perduto. «Ritengo - spiega Meldolesi - che il mare abbia grandi possibilità di recupero se qualcuno vorrà rinunciare a qualcosa».


Nonostante lo stato di salute del mare, Francesco conclude la sua prima immersione con una grande voglia di ritornare sott’acqua: «Quando sei giù hai quasi la conferma che la teoria secondo cui l’uomo provenga dall’acqua è vera: senti che c’è affinità col mondo marino». E comunque c’è una dimensione umana difficile da trovare nella vita di tutti i giorni: «Sott’acqua ognuno è importante, per cui ci si tiene d’occhio a vicenda». Anche Daniela, 23 anni, è ritornata sulla terraferma con il sorriso sulle labbra: «Pratico questo sport da sei anni, eppure ogni immersione è come se fosse la prima». Daniela è archeologa marina, ha già collaborato ad alcuni lavori scientifici, ma una smorfia di rammarico le disegna per un attimo il viso: «La Calabria è ricca di risorse archeologiche marine, ma la ricerca purtroppo non esiste». Anche Franck è un sommozzatore esperto, il suo legame con il mare dura ormai da dieci anni. Un lungo periodo durante il quale sono maturate diverse consapevolezze: «Il mare - dice - è bello ma va rispettato. Non puoi andare contro una cosa grande». Eppure questo rispetto viene spesso meno. Francesco Perrone fa un esempio: «L’isola di Isca era una riserva naturale…», Franck si ferma un attimo, ci pensa su e poi si corregge: «L’isola è ancora riserva, ma ora non c’è più nulla da vedere, ecco perché è spontaneo parlare al passato». Nonostante il paesaggio marino sia cambiato in questi ultimi anni, la subacquea resta sempre un’attività affascinante da praticare e da sviluppare. Infondo, come dice Philip Plisson, «vivere in una dimensione marinara significa giocare la carta della solidarietà, avere il senso del gruppo e dell’equipaggio, ricordare che il presente, qualunque sia la condizione delle onde, non può che condurre verso isole fortunate. Il mare insegna l’eternità del mutamento, mentre la terra insegna un falso sentimento di conservazione».



Gente di mare
post pubblicato in Diario, il 6 agosto 2011




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Tyrrhenian sea 2
post pubblicato in Diario, il 2 agosto 2011



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Tyrrhenian sea
post pubblicato in Scatti, il 1 agosto 2011



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Premio Passaggi
post pubblicato in Diario, il 1 agosto 2011
Cosenza, la città che non c'è più


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Pacifici combattimenti
post pubblicato in Reportage, il 10 luglio 2011
Una giornata con gli appassionati di softair


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO






Cosenza, sette del mattino. La città dorme ancora. E’ domenica, per strada non c’è anima viva, mentre via Rivocati è animata dall’arrivo di un gruppo di persone. Una ventina di ragazzi attende davanti la sede del Wargame Arena, associazione sportiva di softair (sport di squadra basato sulla simulazione di tattiche militari). Alle otto e trenta è previsto un kombat che durerà fino alle quindici. I ragazzi sono in fila per prepararsi. Qualcuno beve un caffé, qualcun altro fuma la prima sigaretta della giornata e altri ancora, invece, provano le armi giocattolo. All’interno della sede si sentono le scariche dei mitra: un suono cupo e ritmato, molto reale. Le armi però sono scariche, la raffica è dovuta al movimento dei motorini elettrici che ne consentonol’utilizzo. Il clima è allegro. Si scherza, si parla dell’attrezzatura, si decidono i posti da occupare nelle macchine. «Io vado con Igor, Francesco e Fabrizio con Massimo. Ugo e Alessandro? Hanno la loro auto».

La notte prima qualcuno ha fatto baldoria: «Ragà, a nanna alle cinque, ho dormito solo due ore». Eppure nessuno ha tardato all’appuntamento in sede. Simone Longo, presidente dell’associazione, si occupa dei nuovi arrivati, un gruppo di ragazzini alla loro prima esperienza. Li istruisce per bene: «Mi raccomando, la sicurezza sopra ogni cosa». Un ritornello che si sentirà tutto il giorno, anche nei confronti dei più esperti. E ancora: «La nostra regola è l’onestà. Non esistonoRambo, il nostro è un gioco di ruolo, quindi niente individualismi». Ai nuovi arrivati viene fornito il necessario per giocare: mimetica, elmetto, protezioni viso, guanti, fucile (denominato ASG), batterie e pallini. I vecchi iscritti, invece, sono attrezzatissimi. Sembrano provenire dal set di Black Hawk down, il film di Ridley Scott sull’intervento militare Usa in Somalia.




Terminata la preparazione di base, si parte: destinazione Cellara, piccolo comune della provincia di Cosenza. Per questa domenica il campo di battaglia sarà un bosco di faggi. L’arrivo è alle nove. Il tempo di ripetere le regole basilari ai nuovi arrivati e si comincia. «Non si spara all’altezza della testa e non si spara nemmeno quando il nemico è molto vicino.In questo caso basta un cenno, come per dire “non farmi premere il grilletto, tanto ti ho preso”». I nuovi restano con Simone, gli altri seguono Alessandro, bisogna provare i movimenti Rai, Reazione automatica immediata. Il gruppo simuove in linea e in formazione aperta. Si provano i movimenti dello scout, «gliocchi della pattuglia». La sua funzione è quella di guidare la squadra sul percorso indicato dal navigatore o dal capo squadra. Lo scout deve essere capace di intuire un’imboscata e deve avere un buon senso dell’orientamento. Si provano anche i movimenti in coppia, in brick (due coppie) e quelli delle ali. Tutto si svolge con precisione, i ragazzi sembrano i meccanismi di un ingranaggio, la concentrazione è però smorzata dalle risate e dalle battute. Tattiche o non tattiche sono lì per divertirsi. L’allenamento dura poco più di un’ora, poi si passa ai primi scontri. Si affrontano attacco e difesa, ma in pratica è come se si giocasse a un nascondino evoluto, con divise e armi giocattolo. Armi e mimetiche, roba da duri in altri luoghi, qui invece si sorride e si scherza. Il gruppo è affiatato, i compagni si conoscono e imparano a conoscersi meglio. Ci si conosce accanto ad un cespuglio in cerca del nemico, ci si conosce subito dopo, quando si pranza: «Chi vuole un panino? Lo ripeto per l’ultima volta, chi vuole un panino?». «Francé, quanta roba c’è dentro quello zaino? Sembri un rivenditore di generi alimentari».








Eppure, nonostante il clima sereno, qualche dubbio su questa attività salta in mente. Non sono poche le persone convinte che il softair sia una disciplina per esaltati. Così Simone Longo: «E’ facile confondere questo sport e chi lo pratica per una alternativa alla vita militare o nei casi peggiori un modo per riproporre le gerarchie militari all’interno dell’associazione. Molto probabilmente sono queste realtà a rovinare la reputazione di chi pratica questo sport. Il softair è sì una disciplina che simula azioni di combattimento o guerriglia utilizzando delle armi giocattolo, ma è e deve rimanere sempre e comunque uno sport, riconosciuto tale dal Coni nel1996. In quanto tale prevede una “divisa” (nel nostro caso una mimetica) e uno strumento di gioco (nel nostro caso delle repliche di fucili). A mio avviso questo sport è molto formativo, specialmente per i giovani, in quanto, a differenza di altre discipline, ha solo una regola fondamentale: l’onestà. Oltre all’onestà nel dichiararsi colpiti, cerchiamo di infondere a chi gioca con noi il rispetto della natura e lo spirito di gruppo. Lo conferma anche il fatto che nel nord Italia il softair è utilizzato per la formazione dei dipendenti delle aziende, in quanto riesce a sviluppare competenze in decision taking e making, pianificazione/organizzazione, teamworking, teambuilding, equilibrio emotivo e gestione stress, leadership, problem solving, tenacia, flessibilità e gestione incertezza». Longo insiste sull’aspetto educativo: «Insegna ai giovani, che troppo spesso si esaltano con videogiochi o film di guerra, a capire quanto facile sia nella guerra reale perdere la vita. Nel caso del softair non si simula la morte. Semplicemente, come in altri sport, una volta colpiti si esce dal gioco per poi rientrare dopo qualche minuto». Dopo la pausa delle 13 si ricomincia: tutti coinvolti, esperti e nuovi. La pioggia di fuoco è notevole.Si urla: «Avanti sempre paralleli, sempre paralleli», «nemico a ore una», oppure «preso!» (lo dice chi viene colpito). E’ un misto tra il guardia e ladri giocato da bimbi e una guerra vera. Ma qui non ci sono feriti o morti, c’è solo voglia di stare insieme e di vincere.

Alcuni fucili fanno tremare sul serio, la scarica è fitta, il suono sordo. Adrenalina e concentrazione crescono mentre ci si sposta tra gli alberi. Il nemico non deve vedere. Ogni tanto si scorgono delle sagome dietro la vegetazione. Ci si avvicina pian piano, il terreno scricchiola sotto il peso degli anfibi. Poi di nuovo raffiche e il sibilo dei proiettili (piccolipallini di plastica)  che ti passano accanto. Il tutto potrebbe sembrare pericoloso e violento, ma non è così. Longo spiega: «Il Softair rientra fra gli sport estremi ma non è per nulla pericoloso. I nostri campi sono messi in sicurezza e i giocatori sono costantemente sotto il controllo e la guida di istruttori. Se a questo si aggiunge che vi è la totale assenza di contatto fisico (a differenza di altri sport) direi che questo sport praticato con la nostra associazione è estremamente sicuro». Nella provincia di Cosenza sono dieci le associazioni di Softair, mentre il numero di softgunners è di circa un centinaio. Numero in aumento grazie anche ai costi dell’attrezzatura sempre più bassi.

Chi può giocare? «Il Wargame Arena ritiene che chiunque possa praticare questa disciplina e infatti ha fra i suoi associati sia uomini che donne. Con il consenso dei genitori possono partecipare anche ragazzi dai 15 anni in su. Non è richiesto alcun requisito fisico, anzi a partire dall’anno sportivo 2011\12 l’associazione cercherà direndere i propri campi usufruibili anche a persone con handicap». Praticare questa disciplina ha dei costi, che variano dalla pratica assidua alla singola giornata. «Il contributo per una giornata di gioco (denominato kombat) è di circa quindici euro, altro non è che un rimborso per l’attrezzatura che l’associazione fornisce al nuovo softgunner (mimetica,elmetto, maschera, guanti, fucile). La sessione dura di norma dalle 9 alle 17con una breve pausa pranzo intorno alle 13. Il Wargame Arena oltre ad aver assicurato ciascun socio, dispone di una assicurazione per Rc, svolge l’attività su campi autorizzati e delimitati da cartelli; comunica alle forze dell’ordine, come prescritto dalla legge, la propria presenza su quel determinato territorio». Il costo cresce sensibilmente se l’attività sportiva diventa assidua. Quasi quattrocento euro sono necessarie per acquistare l’attrezzatura, dagli anfibi al gilet tattico, dall’Asg ai caricatori. Un prezzo che vale la pena spendere, se in ballo ci sono «rapporti di amicizia, esperienze in giro per l’Italia e tanto divertimento».

«Dentro il Quirinale, diario fotografico»
post pubblicato in Diario, il 6 luglio 2011
http://www.nationalgeographic.it/italia/2011/01/02/foto/quirinale_diario_fotografico-157510/21/


«Affruntata, un rito che si rinnova»
post pubblicato in Diario, il 6 luglio 2011
http://www.famigliacristiana.it/chiesa/news_1/fotogallery/affruntata.aspx




«Sguardi» sulla Calabria
post pubblicato in Diario, il 5 luglio 2011
Il bimestrale Nital e le «tracce di Norman Douglas»

http://www.nital.it/sguardi/73/index.php

http://www.nital.it/sguardi/73/massimiliano-palumbo.php





Moda rétro e chic
post pubblicato in Antichi mestieri, il 27 giugno 2011
6. Antichi mestieri di Cosenza. Abbigliamento Bruni

testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


Ai clienti Ettore dà ancora del lei. Lo fa con rispetto come si faceva una volta, «quando in negozio ci si comportava come in chiesa». Il lei lo usa con cura, come qualcosa di sacro, perché le cose sacre sono rare, difficili da trovare e custodire; e poi perché «resta ancora l’educazione ricevuta da padre e nonno. All’epoca il rispetto non era solo una questione esteriore. La forma era legata alla sostanza». Ettore Bruni ha 71 anni e fin da piccolo ha imparato a stare «come si deve» in negozio: «Dopo la scuola si veniva qua, ad apprendere le regole del mestiere». Erano altri tempi, il secondo conflitto mondiale era appena finito e «in bottega volavano scappellotti se sbagliavamo nel rivolgerci al cliente. Guai a dare del tu – troppo confidenziale -, ma guai anche a dare del voi. Al cliente bisognava rivolgersi con il lei». Ettore Bruni si occupa di abbigliamento e il negozio di corso Umberto è l’unico rimasto dei tanti appartenuti alla famiglia Bruni. Un cognome che col tempo è diventato una sorta di marchio della moda bruzia: «Le novità arrivavano prima da noi», racconta Ettore. Su una vecchia insegna conservata all’interno del negozio, sono rappresentate alcune tappe della storia commerciale della famiglia, la prima di queste porta la data 1885. Il negozio di corso Umberto è invece del secondo dopo guerra, avviato da Salvatore ed Emilio Bruni dopo che un bombardamento aveva distrutto la sede originaria di corso Mazzini, aperta nel 1932.

Entrare nel negozio di corso Umberto è come tornare indietro nel tempo. Gli arredi sono quelli di fine anni 40 e sugli scaffali, tutti in fila, i diversi cappelli Borsalino: le coppole all’inglese e quelle all’italiana, ma anche i classici cappelli. Eppure in questo negozio si è venduto un po’ tutto, dai giocattoli ai prodotti di profumeria. In un armadio sono ancora conservati i barattoli della cera depilatoria Emilia. «In teoria, in base alla licenza, avremmo potuto vendere anche ferramenta». Ovviamente questo non è mai avvenuto ed Ettore ricorda ancora quando le cravatte si dividevano in prima, seconda e terza qualità; oppure quando andavano di moda i pantaloni alla zuava, gli abiti da marinaretto e le giacche con le toppe. E sembra ieri quando per attrarre la clientela si usavano slogan come «a parità di prezzo qualità migliore, a parità di qualità prezzo inferiore». E ancora: «Non abbiate timore di chiedere lo sconto, abbiamo mille modi diversi per dire cortesemente no». Ettore ricorda un aneddoto: «Un cliente ci disse “e se io ve ne chiedo mille e uno?”. Mio padre rispose: “E unu ti manna a chiru paise”». Il negozio di Ettore non era solo il luogo dove trovare l’abbigliamento di prima scelta, ma era anche luogo di ritrovo. Il bar Renzelli è sul marciapiede opposto, la Banca d’Italia è accanto. Buona parte della vita cittadina si svolgeva proprio in questa zona della città.

La vendita di prodotti «in» attirava anche la clientela che conta. Riccardo Misasi e Giacomo Mancini eranoclienti Bruni, ma anche la nobiltà bruzia si serviva in questo piccolo negozio di corso Umberto. Oggi le cose sono cambiate, «i clienti di un tempo restano, ma non è scontato che i figli si servano ancora da me». Eppure, l’atmosfera che si respira tra quegli scaffali in legno colmi di prodotti Borsalino, difficilmentepuò essere sostituita dai moderni outlet.

L'artista delle due ruote
post pubblicato in Antichi mestieri, il 23 giugno 2011
5. Antichi mestieri di Cosenza. Barbarossa bici


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


«La vita è una ruota che gira». Achille Barbarossa lo sa bene, soprattutto dopo aver lasciato il lavoro appreso da piccolo per poi riprenderselo tredici anni fa. Achille Barbarossa, occhi blu, classe 1953, ripara e vende biciclette. Ha imparato come si centra una ruota all’età di nove anni, quando al padre Ernesto bastava uno sguardo per far capire quale chiave usare per riparare un cerchio, una catena o un pedale. E se l’occhiata non bastava, allora partiva la «cazziata». Non era  un rimprovero fine a se stesso, in ballo c’era l’apprendimento del mestiere. Roba d’altri tempi, di quando nonno Francesco avviò l’attività nel 1919 e la portò avanti fino al 1958. Poi fu il turno di papà Ernesto. Oggi invece funziona diversamente, «i giovani non vogliono imparare, eppure questo è un lavoro che potrebbe essere redditizio».

E’ un problema culturale. «Da noi - spiega - manca l’idea della bicicletta. Basta guardarsi intorno: le strade non sono adeguate e il rispetto degli automobilisti non esiste. A Rende è stata realizzata la pista ciclabile, ma i più la usano per fare footing». Il problema culturale non si riferisce al mondo delle due ruote in senso stretto, ma abbraccia ambiti più ampi: «Ad esempio - continua - tempo fa un genitore mi chiese di insegnare il mestiere al proprio figlio. Il ragazzo rimase pochi giorni, poi andò via. Frettolosamente arrivò alla conclusione di non imparare nulla solo perché all’inizio gli insegnai a pulire le biciclette. Anche la pulizia è un aspetto importante del lavoro. E poi si comincia così, dalle piccole cose. Ritorniamo al discorso di mio padre: “Tu devi guardare e capire”. Io, per imparare come si centra una ruota, ho impiegato un anno».


Achille ha ripreso il lavoro che fu di nonno Francesco e di papà Ernesto tredici anni fa. Dopo aver appreso il mestiere si dedicò ad altro: «Dopo gli studi cominciai a lavorare in uno studio commerciale. Tempo dopo fu la volta di un negozio di pneumatici e dopo ancora lavorai anche in un negozio di parquet. Alla fine dissi basta, ne avevo fin sopra i capelli di “stare sotto padrone”. Ed è così che l’antico negozio di Lungo Crati ha ripreso l’attività di sempre anche se con qualche differenza. «Il lavoro è cambiato durante gli anni perché la tecnologia si è evoluta. Prima telai e forcelle si riparavano, oggi si sostituiscono senza pensarci su. Ricordo ancora quando nonno riparava le forcelle: i ciclisti potevano montarein sella e guidare senza mani, tanto era preciso il suo lavoro». «Durante un Giro d’Italia – prosegue - , un ciclista ruppe la forcella. La riparò mio nonno. Dopo la gara, a Milano, i tecnici della Legnano visionarono il lavoro e rimasero così colpiti che lo contattarono per fargli i complimenti».


La tecnologia fa passi da gigante in ogni settore, anche in quello delle bici, per questo «bisogna aggiornarsi di continuo. Una volta le biciclette non avevano il cambio ed erano anche abbastanza pesanti, adesso una due ruote a pedali pesa anche solo 6 chili». Ad evolversi, dal 1919, non è stata solo la tecnologia, anche il commercio ha subito notevoli trasformazioni: «L’avvento dei grandi magazzini ha influito sul mercato e sul rapporto con la clientela. Nella grande distribuzione il commesso dice al cliente: “Ti piace il prodotto? Prendilo”. Nei negozi come il mio ilrapporto si basa sulla fiducia. Il cliente sa come lavoro e perché do un consiglio anziché un altro».

 

L'odore della colla
post pubblicato in Antichi mestieri, il 10 giugno 2011
4. Antichi mestieri di Cosenza. Legatoria Tucci


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO



L’ODORE di colla bianca è lo stesso di trent’anni fa, quando gli scaffali erano ancora pieni di libri da rilegare. Anche la disposizione di mobili e strumenti è rimasta la stessa. Il bancone di fronte l’entrata, il torchio nell’angolo e nel retro la macchina per tagliare la carta. I gesti sono quelli appresi da bambino, quando si andava abottega per imparare un lavoro. Vincenzo Tucci, classe 1936, lavora con fogli,colla, libri e caratteri di piombo da quando di anni ne aveva tredici. Trent’anni, invece, è l’età di Alessia. Vincenzo le ha rilegato la tesi di laurea e da bambina Alessia già conosceva la Legatoria Tucci. Ce la portava il padre quando durante una passeggiata si passava a salutare «Cenzino», l’amicodi sempre. L’atmosfera è ancora quella di una volta, ma il lavoro è diminuito. Forse la tesi di Alessia è stata una delle ultime ad essere realizzata alla vecchia maniera, o detto altrimenti, «come Dio comanda».

Sul bancone di via Sabotino sono passati volumi di tutti i generi, dall’enciclopedia composta da molti tomi ai registri della Pubblica amministrazione. «Ma il lavoro sta morendo – spiegaVincenzo -, un duro colpo lo ha ricevuto dai Pc prima e da internet dopo. Ora si fa tutto a casa: si stampa, si spilla e si scelgono i caratteri al computer. Fino a qualche anno fa si rilegavano molti giornali, ora ci sono gli archivi elettronici consultabili on-line». Il fai da te, se da una parte abbatte i costi e velocizza il lavoro, dall’altra colpisce il cuore e il senso dei mestieri artigianali. «Così si fa fuori la qualità. Provate ad aprire un libro rilegato con ago e filo e la stessa operazione provate ad eseguirla con un libro dove sono stati applicati degli spilloni. Il primo si aprirà correttamente dalla prima all’ultima pagina, l’apertura del secondo sarà penalizzata dalle spille poste sul dorso».



Vincenzo parla del suo mestiere,pensa al futuro della professione e spiega: «Chi vuole fare questo lavoro deve mettersi in testa che all’attività di legatoria bisogna affiancare quelle di copisteria, cartoleria, eccetera». Poi, con una punta di rammarico, racconta: «Che futuro ci può essere se c’è chi butta i libri? Pochi giorni fa, prima di cominciare a lavorare, ho visto che accanto al cassonetto erano stati lasciati 36 volumi della Treccani. Non potevo sopportarlo e li ho recuperati, regalandoli poi ad un mio amico. Ecco, questo è l’effetto provocato da cd-rom e banche dati multimediali».

La Legatoria Tucci nacque nel 1964, ma nel 1949 Vincenzo era già a bottega ad apprendere i primi passi di una professione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita; anche se per un attimo ci fu il rischio che il mestiere di Vincenzo Tucci fosse un altro. «Ho frequentato anche un’officina per la riparazione delle motociclette. Mi ciportava il mio maestro di scuola elementare. Lo faceva per spronarmi, per aiutarmi a trovare la strada che mi avrebbe permesso di lavorare e creare una famiglia. Ma il mio destino erano i libri, lo erano da prima che io nascessi. Quando ero ancora in grembo mia madre già cuciva libri». Ora la Legatoria resta aperta per passione, «perché trovare i materiali è difficile e perché le spese sono alte, tanto da rimetterci i soldi della pensione». Lasciare tutto però èimpossibile, significherebbe mettere da parte la propria vita.

 

 

 

 

Dove si stampa la storia
post pubblicato in Antichi mestieri, il 6 giugno 2011
3. Antichi mestieri di Cosenza. Tipografia Di Giuseppe


 testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO



LA STORIA di Cosenza l’hanno scritta anche loro. Lo hanno fatto a mano, posizionando i caratteri di piombo uno accanto all’altro; lo hanno fatto azionando macchinari rumorosi e complessi come la offset e la linotype, stampando La Voce bruzia, La Cittadella e La Parola socialista, il giornale fondato da Pietro e Giacomo Mancini. Ma la storia di Cosenza sta anche nelle migliaia di nomi scritti sui registri di stato civile e anagrafe del Comune, tutti volumi rilegati dalla tipografia Di Giuseppe di via Rivocati. «Una volta qui non si poteva parlare, tanto era il lavoro», racconta Gianfranco, figlio di Bartolomeo fondatore della tipografia. «Il rumore dei macchinari era assordante e si lavorava fino a tarda sera». Sempre nella stessa tipografia venivano stampati i bollettini della Fondazione Guarasci e di Confartgianato. Si lavorava molto anche con il Comune di Cosenza. Un lavoro avviato nel 1953, da Bartolomeo Di Giuseppe e Luigi Palermo, in una stanzetta che a malapena riusciva ad ospitare i due e il loro macchinario per la stampa. Si tratta di un mestiere appreso anni prima dal «commendatore» Chiappetta e da Tano De Rose, padre di Umberto.



Gianfranco ha cominciato a muovere i primi passi nella tipografia di papà già a sette anni, quando facevai compiti dietro una grande stampatrice e poi restava a gironzolare tra leve, fogli, inchiostro e caratteri di piombo. La prima cosa che ha appreso è stata come pulire caratteri, filetti e marginature. Poi è venuto tutto il resto. Gianfranco racconta e sorride. Sorride soprattutto con gli  occhi, perché dietro quel sorriso c’è la sua vita, una vita che però ora rischia di essere ridisegnata sulla soglia dei sessant’anni: «Il lavoro è diminuito drasticamente e rischiamo la chiusura». I motivi della crisi sono due: la tecnologia, che permette la realizzazione in proprio di molti lavori, e una scarsa richiesta di qualità: «Durante le elezioni un amico è venuto a lamentarsi con me perché un collega gli aveva realizzato dei pessimi santini. Gli ho risposto: “Cosa vuoi che tidica? Se lui ti ha chiesto 25 euro ed io, da amico, te ne ho chiesto 100, unmotivo ci sarà”».


«Un tempo la tipografia non era soltanto un luogo di lavoro», racconta Gianfranco. «Queste mura sono state anche palestra di vita. Giacomo Mancini era mio cliente, così come ilprofessore Gullo. Ogni loro visita era un confronto, un dialogo sui tanti aspetti della vita. Ma il confronto c’era anche col cliente normale, quello “picinuso”, che ti faceva storie anche per un punto. Anche quello serviva per migliorare e per realizzare prodotti sempre migliori». Oggi non è più così. La crisi è cominciata da tempo. I primi colpi li abbiamo subiti neglianni ‘80 con l’avvento del fax. Ogni settimana ordinavamo 15.000 buste da lettera. Poi, il crollo netto, dall’oggi al domani. A navigare in acque difficili è il settore tipografico: «Fino a qualche tempo fa -  spiega ancora Gianfranco - tra Cosenza e hinterland c’erano circa quaranta tipografie. Oggi, nel capoluogo bruzio, ne sono rimaste solo sei». Gianfranco Di Giuseppe pensa al passato, alla tecnologia, al futuro e racconta un episodio avvenuto durante una delle tante proteste studentesche. «Davanti al prefetto dissi: “Il progresso è regresso e l’evoluzione è involuzione”. Il prefetto rimase colpito da queste parole, tanto che mi fece ripetere la frase per poi appuntarla».

Il fascino dei secoli e la tristezza dell'abbandono
post pubblicato in Old Calabria, il 3 giugno 2011

A Capo Colonna, sulle tracce di Norman Douglas


testo e foto diMASSIMILIANO PALUMBO


 

IL PROFUMO di crema solare e salsedine ha preso il posto dell’incenso. Le preghiere d’estate sono così, in ciabatte e maniche corte. Nel santuario mariano di Capo Colonna ci sono poche persone, per lo più turisti che hanno appena trascorso la mattina in spiaggia. La chiesa, invece, è addobbata di tutto punto perché più tardi si celebrerà un matrimonio. In attesa della sposa si prega, al riparo dal caldo sole pomeridiano. Si prega  davanti l’immagine della Madonna nera, anche se il quadro originale si trova in duomo. Attorno a quest’icona cristiana storia e leggenda s’intrecciano, conservando un racconto lungo secoli. «Il primo giugno 1519 - si narra sul sito della diocesi di Crotone - i turchi sbarcarono a Capocolonna. Il quadro della Vergine già esistente, cadde nelle loro mani; questi fecero un rogo per bruciare la tela, ma il fuoco, nonostante fosse acceso da tre ore, non scalfì l’immagine irradiante di luce. I turchi decisero di portare via il quadro facendo rotta per la foce del Neto, ma la galea rimase ferma nonostante lo sforzo dei rematori. I turchi gettarono in mare la tela e la galea si mosse agevolmente, mentre il quadro approdò in un podere presso l’Irto di Capo Nao. Un pescatore contadino, Agazio Lo Morello, lo trovò e lo nascose in una cassapanca. In punto di morte, rivelò al suo confessore il segreto». 



Ma la storia di Capo Colonna comincia migliaia di anni prima e cioè quando, nell’ottavo secolo avanti Cristo, i coloni greci costruirono il tempio dedicato ad Hera Lacinia, dea protettrice delle donne. E poi ancora, dopo greci e romani ecco anche gli spagnoli, costruttori della Torre di Capo Nao, struttura militare adiacente al piccolo santuario. Dal giorno in cui Norman Douglas visitò questo lembo di Calabria il paesaggio è cambiato molto. A quel «roccia e acqua, la materia di cui è formato l’uomo», sono stati aggiunti alcuni prodotti dell’uomo stesso, non sempre gratificanti. Durante l’itinerario per Capo Colonna, ad esempio, s’incontra una serie di colline grigie ricoperte da chiazze d’erba gialla. Sono colline d’argilla, eppure lì si è costruito molto. «E gli effetti cominciamo a vederli - spiegano alcuni abitanti del luogo -, non sono poche le persone che lamentano crepe alle pareti». La strada che porta al Parco archeologico è arida, colpa anche dell’eucalipto piantato anni fa dall’Opera Sila. Radici e foglie di questa pianta bloccano la crescita del sottobosco rendendo il paesaggio ancor più rude. «E’ il gusto per l’alieno – spiega il professor Vincenzo Fabiani del gruppo archeologico Krotoniate – eppure lanostra è la zona della quercia e del sughero… invece hanno scelto l’eucalipto…».


Giunti a Capo Colonna le cose non cambiano. E’ una contraddizione in tipico stile calabrese: da una parte la storia, la Magna Grecia, la dea Hera, la Madonna e il profumo intenso della vegetazione mediterranea; dall’altra l’abbandono del Parco archeologico. Il legno delle passerelle che attraversano i resti antichi è fradicio; le corde che dovrebbero impedire l’attraversamento dei turisti tra i reperti sono quasi tutte a terra. Camminare tra ciò che rimane della domus romana, e lasciare lì una bottiglia di gazzosa al caffè, non è cosa difficile. E per la serie, “ci dobbiamo far semprericonoscere”, una signora romana dice al marito: «Ma nun se vergognano? Qua è tutto abbandonato, tutto lasciato a sé stesso». «Comunque - spiega il professore Fabiani – quest’anno si è mosso qualcosa. Hanno tagliato l’erba .Fino a poco tempo fa, a causa della vegetazione fitta, non si distingueva quasi nulla». Parlando di Capo Colonna, Douglas diceva: «Un paesaggio così luminoso risveglia la capacità di disprezzare quella teoria che c’induce a trascurare ciò che è terreno e tangibile. Che cosa è una vita ben vissuta, se non la felice liberazione dal caos primordiale?». Il paesaggio di Capo Colonna non haliberato i calabresi da alcun caos primordiale. A Capo Colonna si è verificatotutto il contrario.


 

(10 – continua)

 

 

 

Tra tomaie, chiodi e colla
post pubblicato in Antichi mestieri, il 2 giugno 2011
2. Antichi mestieri di Cosenza. Calzoleria Salvati

testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO 


IL RUMORE del martello rompe il silenzio del negozio. E’ un suono basso e ritmato, attutito dalla tomaia in pelle: bum-bum-bum, poi una pausa lunga e di nuovo bum-bum-bum. Antonio si ferma. Per un attimo è di nuovo silenzio. Quel breve momento è riempito da un linguaggio di sguardi. Un’occhiata a suo figlio Giuseppe e la risposta arriva con un segno del capo che vuol dire «sì, ho capito». Ed ecco che Giuseppe passa nelle mani del padre un altro arnese per lavorare un paio di scarpe da donna. «Alle scarpe possiamo fare tutte le modifiche possibili – spiega Antonio, classe 1929: le allunghiamo, accorciamo, allarghiamo. Possiamo anche alzare o abbassare lo spessore della suola, dipende solo dalle esigenze del cliente». E’ un lavoro antico, cominciato nel 1932 sui monti della Presila, a Serra Pedace. Da allora non è cambiato nulla: stessi strumenti, stesse tecniche. Nemmeno l’avvento di strumenti sempre più moderni è riuscito a sottrarre clientela a questo calzolaio di corso Telesio: «Spesso sono proprio i colleghi a mandarci clienti perché loro non sono in grado di intervenire».

La bottega di calzolaio aprì nel‘32 da Giuseppe Salvati (papà di Antonio e nonno di Giuseppe) ma è dal 1958 che ha trovato le sua sede definitiva nel centro storico di Cosenza. Antonio, come tutti gli artigiani della sua età, ha cominciato ad apprendere le regole del mestiere fin da bambino. «Dopo la scuola ero già insieme a mio padre. Facevo i compiti in bottega e poi lo guardavo lavorare. A me sarebbe piaciuto continuare gli studi, ma a quei tempi era difficile: viaggiare da Serra Pedace fino a Cosenza non era semplice come oggi. Ed allora, ad 11 anni, subito dopo le scuole elementari, eccomi a tempo pieno in mezzo a suole, tomaie, forme in legno, chiodi e colla». Antonio Salvati non ha però abbandonato la sua formazione culturale. La curiosità nei confronti della vita lo ha portato a saper suonare tromba e chitarra. «Ho fatto anche il liceo musicale – racconta descrivendo il periodo che lo ha visto militare in Puglia -. Era il 1962». «E poi mi piace leggere. Leggo i libri di Vespa e Biagi, divoro i volumi dell’enciclopedia».

Antonio non è solo. Accanto a lui, ogni giorno, lavora il figlio Giuseppe. Una compagnia che va avanti dal1987, anno in cui Giuseppe concluse il servizio militare. «Avrei preferito che continuasse a studiare – spiega il papà Antonio -, ma lui ha preferito così. Grazie al lavoro almeno ha avuto la possibilità di formare una famiglia». Giuseppe quindi prosegue una tradizione unica. Almeno a Cosenza non ci sono altri calzolai che lavorano allo stesso modo. «Fino a qualche tempo farealizzavamo anche scarpe su misura, ma abbiamo dovuto abbandonare questaattività. I costi erano molto elevati. Abbiamo però proseguito con la riparazione e le soddisfazioni non mancano. Il lavoro arriva da solo. Non c’èbisogno di cercarlo». «Il segreto – spiega Antonio Salvati – sta nel garbo. Mio padre m’insegnò a lavorare così ed io l’ho insegnato a mio figlio».

La clientela che si serve in questa bottega di corso Telesio è varia, appartiene a tutte le classi sociali. «L’avvocato Fausto Gullo era nostro cliente, così come Giacomo Mancini. Ora vengono da noi anche i figli e il nipote dell’ex ministro socialista».

 

Tra i gomitoli da cento anni
post pubblicato in Antichi mestieri, il 2 giugno 2011

1. Antichi mestieri di Cosenza. Filati Carmagnola


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


GLI SCAFFALI pieni di gomitoli e scatole colorate sono lì da cento anni. E cioè da quando Francesco Carmagnola avviò la sua attività commerciale in piazza della Ferrovia. Erano altri tempi, si dava ancora del «don» e del «commendatore» e c’era anche chi si spingeva all’«amabilissimo commendatore». Così faceva il giornalaio che ogni mattina portava un plico di giornali a Vincenzo Carmagnola, figlio del signor Francesco. All’epoca si vendeva un po’ di tutto e si realizzavano anche le parrucche.Tra i cassetti del negozio è ancora custodito qualche foglio di carta intestata che recita: «Francesco Carmagnola. Tulli, ricami, merletti, tende, vitrage,galloni, nastri, fazzoletti di lino, mercerie in genere». Poi, a capo, col carattere più grande, «acquisto di capelli grezzi umani».

Da allora sono trascorsi molti anni, «don Francesco» non c’è più e non si acquistano neppure i «capelli grezzi» per le parrucche, ma lo stile lasciato da quel signore amico di Gaetano Marzotto (figlio di Luigi, fondatore del primo gruppo italiano del tessile) è ancora vivo tra quelle pareti ricoperte da filati, storia e tradizione. Oggi, al posto di «don Vincenzo», c’è la figlia Maria Luisa. Una signora longilinea dai modi gentili ed eleganti che ha dedicato molti anni della sua vita all’insegnamento. «Ho preso il posto di mio padre solo nel 1997, dopo la sua morte. Mi ritrovai a dover scegliere se continuare con l’insegnamento oppure con l’attività di famiglia. Decisi di rinunciare alla scuola».

La signora Maria Luisa parla del suo lavoro con passione, prende tra le mani i gomitoli di diversi filati e ne spiega le caratteristiche. Passa dal Kashmir alla lana e dalla ginestra al cotone. Poi precisa: «Per fare questo mestiere bisogna saper ascoltare ed essere un po’ creativi. Non sempre il cliente ha le idee chiare e quindi per consigliarlo al meglio è necessario capire cosa vuole realizzare». Il rapporto con la clientela è alla base di questo mestiere. Non è solo un rapporto tra commerciante e cliente, ma tra persone. «Un giorno – racconta – entrò in negozio un signore distinto, stringeva tra le mani una borsa di pelle. Rinviava sempre il suo turno, facendo passare gli altri clienti. Dopo un po’ mi insospettii è domandai: Ha bisogno? E lui, timidamente: “Sì, ho realizzato a mano qualche capo e volevo confrontarmi con lei sulla qualità del lavoro”. Parlando un po’ mi disse di essere medico». «Un’altra volta, invece, un altro signore entrò in negozio incuriosito da un mio lavoro. Mi chiese: “Posso dare un’occhiata?”. Ed io: Certo. Ritornò qualche settimana dopo per confrontare il suo centrino con quello che aveva visto a me. Parlai anche con lui e rimasi sorpresa quando mi disse di essere un magistrato». «Sono esempi – spiega lasignora Maria Luisa – che fanno capire l’importanza del rapporto con le persone ma anche come l’hobby della lavorazione a mano dei filati non è più un’esclusiva femminile». 

E’ un hobby che sta ritornando: «Perché le persone stanno riscoprendo un valore che avevano accantonato: la qualità». Quest’anno ricorre il centenario della merceria Carmagnola. Era il 1911 quando per laprima volta si alzò la saracinesca in piazza della Ferrovia. Dopo cento anni di attività si può dire che un pezzo di storia cosentina è stato conservato su quegli scaffali in legno resi vivaci dal colore dei filati.

 

L'arte, la storia e il degrado
post pubblicato in Old Calabria, il 20 agosto 2010
A Crotone, sulle tracce di Norman Douglas


testo e foto di MASSIMILIANO PALUMBO


A Crotone è in voga una strana forma d’arte. Ogni muro della città è ricoperto da scarabocchi senza senso, da frasi romantiche e politiche; ma qualunque sia l’intenzione dell’autore (o degli autori), il risultato è solo uno sfregio alla bellezza della capoluogo ionico. «Non riesco a trovare pareti pulite da immortalare», dice Giuliano, fotografo del luogo. E’ così in ogni zona della città, dal grazioso centro storico fino al viale Regina Margherita. In compenso il borgo antico è ordinato, pulito e colorato, il che dona un certo fascino a quei vicoli pieni di storia. Però a Crotone pulizia e storia sembrano non andare d’accordo, perché se è vero che nelle strade del centro sono assenti cartacce o piccoli rifiuti, ecco che accanto ai monumenti la spazzatura sembra prendersi una rivincita. Le mura bizantine, ad esempio, quelle vicino la chiesa dell’Immacolata, sono circondate da oggetti di plastica e buste. Mentre attraverso la rete metallica che delimita gli scavi in piazza Villaroja, sono state fatte passare delle bottiglie che ora riposano sui resti antichi. Pochi centimetri più in la, ecco ritornare il pulito ma come in un eterno braccio di ferro, i rifiuti tornano a dar fastidio lungo viale Regina Margherita, quello che costeggia la zona portuale.

«Crotone era un gingillo, dieci anni fa le cose andavano diversamente: c’era pulito, c’era più rispetto e il Comune era più presente. Poi, il declino», spiega un signore durante la sua passeggiata al fresco della villa comunale. In questa zona è molto avvertito il fenomeno dell’immigrazione. Lungo il molo sono ancora attraccate le due barche che tempo fa ospitarono un folto gruppo di immigrati afgani: «Ne parlò anche il Tg5 e queste persone furono trasferite tutte al Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo), ma dopo qualche giorno ipiù preferirono ritornare a bordo di queste carrette del mare», così il racconto dei cittadini. Oggi la situazione non sembra cambiata, il corso viene usato spesso dagli immigrati come rifugio per la notte. Un fotografo del luogo, Gregorio Patané, ha realizzato un reportage dal titolo “Hotel Margherita”, si tratta di un racconto fatto di immagini sulle condizioni di vita degli immigrati. Alloggiare per strada è anche fonte di rifiuti, in molti usano le fontane della villa per lavarsi, «ma non sono solo gli immigrati a sporcare - spiega un altro signore - anche i crotonesi ci mettono del loro. E’ un problema di educazione, di famiglia».


Giungere nella città di Pitagora, arrivando dalla Sila, offre la sintesi di una delle potenzialità mai sfruttate dalla Calabria: il paesaggio. Percorrendo la statale 107 si passa dal fresco dei pini della Sila alle colline aride del crotonese. Passaggio improvviso. Si entra in una galleria, lasciandosi alle spalle monti e laghi, e si esce col mar Ionio all’orizzonte. Scenario arido, forte. Da queste parti, il paragone della Calabria con l’Africa non è solo una questione economica. Forte e ruvido è anche il carattere di Giuseppe Mungari, liutaio. Anzi, l’unico liutaio del crotonese. A 37 anni, Giuseppe, oltre a vivere con passione il suo mestiere, racconta con la purezza di un bimbo le contraddizioni della nostra terra:«Abbiamo paura di valorizzare le persone che meritano. Il vero crimine da combattere è quello che da la possibilità di governare a chi in realtà non capisce nulla. La Calabria è piena di persone valide messe da parte perché non funzionali ad un certo sistema». Giuseppe è una persona che vibra, proprio comele corde degli strumenti che suona, costruisce e ripara.


Per gli amanti del “grand tour” c’è da segnalare l’hotel Concordia, l’albergo del 1800 riconosciuto dal Rotary club come «hotel di cultura» e che ospitò i romanzieri inglesi Gorge Gissing e Norman Douglas. Ma l’albergo incastonato sotto un portico dal sapore bolognese non è il termometro del turismo pitagorico. Proprio qualche giorno fa il Sib (sindacato italiano balneari) denunciava la mancanza di programmazione che soffoca la cittadina. Un leit motiv che si ripete in ogni angolo della regione, quasi come una canzone di Rino Gaetano: «Mentre vedo tanta gente che non c’ha l'acqua corrente, e non c'ha niente, ma chi me sente... nuntereggaepiù».

 

(9 – continua)


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